Il Cantico di Pietra – Interludio

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Il Cantico di Pietra – Interludio

Il Cantico di Pietra – Interludio

 

Abbiamo l’eternità

ma non questi momenti.

Abbiamo lo sguardo dell’altro,

e non il nostro.

Abbiamo un futuro meraviglioso,

ma un passato che lo nega.

Abbiamo un profumo,

e la tua paura di respirare.

 

E io rimango sospeso,

tra ciò che potrei essere e il mio specchio,

stamattina, ogni mattina, ogni notte.

Tu sei il limite, il passo che lo attraversa, il coraggio di conoscere me stesso,

e sei anche il mio vuoto. Sei assenza.

Sei dove rischio la speranza in tutto,

e l’abisso sussurra il niente.

Sei la scommessa.

Sei il mio testardo lottare.

Sei credere, e non provare vergogna nel dirlo,

né rimorso nel scriverlo sulla propria storia.

Sei l’ideale, e non la mia realtà.

Sei destino, e una pazienza che brucia.

Sei l’attesa che fa entrare amori vacui,

dove si promettono figli,

e si smaltiscono andate passioni.

Sei assaggiare il paradiso,

e scoprire che la vita è un inferno,

al massimo un purgatorio.

Sei dove potevo salpare,

e la stessa tempesta che mi costrinse ad andare.

Sei il sottofondo, la potenza dello mio intimo,

e l’urlo muto che la enuncia.

Sei ciò che attendo.

Sei ciò che mi metterà alla prova.

Sei la mia battaglia, dove non gioco la mia anima,

ma qualcosa di più.

 

Non so se mai leggerai queste righe, le scrivo per te,

una sera d’autunno.

Se mai leggerai queste righe, sappi che ti ho amato, sia solo per un istante

uno stupido istante,

perso in questo mondo,

e fiero nel nostro.

Se leggerai queste righe

vorrà dire che il peggio è andato,

che siamo riusciti a rincontrarci,

a rompere la prigione d’aria

che nega la nostra felicità.

 

Il mio nome è ancora sfumato.

Il nome di ognuno mai è dato alla nascita,

ma si crea,

si costruisce, coi sorrisi e il sudore.

Se leggerai queste righe,

tu l’avrai nutrito,

con quel tuo sorriso curioso,

quella voglia d’andare oltre

diverrà parte del mio essere.

E quando tu lo dirai, io saprò il nome mio.

Saprò che ho vissuto, che l’intera esistenza,

i capitoli di questo racconto,

sono serviti a qualcosa.

Basterà poco, un respiro dalla tua bocca.

E mi salverai.

I tempi non ascoltano mai i sussurri degli uomini e delle donne,

le città camminano tra gli ardori delle genti,

ma sono niente.

Guardami.

Dimentica tutto.

Dimentica i torti, le rivalse, gli equilibri che danzano ubriachi nell’aurora boreale frutto di luci artificiali. Io sono qui.

Io.

So che dovresti guardami con sospetto, odio: camminiamo con lame al posto delle mani e delle labbra…ma guardami per ciò che sono, perderti nei miei occhi: in loro non troverai altro che me, passasse una vita, una vita non sprecata nel guardarti di rimando.

E’ una sera strana: vecchi sorridono ai bimbi, mossi non altro che da compassione e pietà…giovani giocano a dadi su infime priorità, donne e uomini si sbracciano cercando una morbosa attenzione…ma ora, adesso, alle 23.12, io penso con tutte le mie forze a te.

In punta di piedi.

Sorridendo.

Triste.

Non sapendo se ho posto nei tuoi pensieri,

se canto ad un vento che non troverà l’anima tua,

se sei un colore del mio domani,

o un vuoto del mio ieri.

So solo che il mio canto è potente,

e necessario.

So che c’è il futuro,

non un futuro,

per noi.

So che ti seguirò, e rispetterò i tuoi ritmi, gioirò delle tue vittorie.

Ascolterò i tuoi conflitti e lotterò, quando sarà necessario.

So che per te potrei dare la vita, perché ne dono parte a te,

e senza non ne avrei più ragione.

Ma questo solo se rischi.

Rischi una felicità bella e terribile.

Una felicità riservata a ciò che chiamiamo Dio;

ma noi abbiamo l’un l’altro per superarlo,

e ciò ci rende oltre.

Sarò stupido. Stupido ed ingenuo.

Ma vedo.

Mi basta,

come annuisci all’alba d’un nuovo giorno.

Forse neppure meriti queste parole.

Forse non sono sufficienti.

Sappi che in questo immortale attimo, che le generazioni a venire onoreranno,

tu sei chiamata a scegliere;

comunque andrà bene.

Mi hai svegliato.

Mi hai temprato.

Noi uomini non abbiamo bisogno di un perché.

Voi donne ogni giorno lo cercate,

e ogni giorno io muoverò le montagne e gli oceani per dartelo.

Ora dipende. Dipende se queste righe mai le leggerai.

Se mai ne avrai bisogno,

o le udirai dopo una vita passata insieme.

Se te le leggerà un bimbo con i tuoi occhi ed il mio mento,

o un uomo che avrà i miei capelli ed il tuo sorriso.

Non so.

Darei il mio futuro perché fosse così.

Ma sento che ciò che possiamo trovare supera la mia fantasia.

Il mio pensiero.

 

A te.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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