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Cantico di Pietra – Prima Terra

Cantico di Pietra – Prima Terra

Il sole è tornato. Fion non ci sperava, sinceramente, ma il grosso globo di fiamme emerge senza veli, di furia annienta le colline sul confine con fresca lava celeste, ne afferra le ceneri e si innalza a conquistare il cielo, ed ogni pallido filo d’erba. E’ una risata acida, il saluto che la terra gli riserva: le carcasse ghiacciate di distese animali, che friniscono a contatto con quei raggi taglienti come lame, e non meno implacabili d’un reparto di Maiesta; i borbottii degli uomini, confinati nel loro nuovo regno di pietra e arenaria; la muta agonia degli alberi, lasciati marcire in un rogo eterno, un crudele gioco di leggi inumane. Benedetto, inumane le regole, su questo c’è ben poco da obbiettare. E’ mutato tutto, una presa di potere fulminea ai piani alti, e non capivamo niente allora, né ci riusciamo adesso. Stentiamo e viviamo, alla stregua d’ogni altro essere. Pretendere oltre non è per gente come noi, è superbia che porta all’estinzione, fango negli occhi, punizione strappata prima del tempo. E noi ci siamo andati vicino. Tremendamente vicino. Almeno, si è capito che è solo questione di istanti. Almeno, possiamo prepararci; illuderci di crescere.

Residui di notte lambiscono l’altopiano su cui sonnecchia la città. Le stelle ronzano e s’avventano l’una sull’altra come lucciole impazzite, eppure in realtà la battaglia è assai più feroce di quanto appaia. Una pioggia fugace d’astri scende per un istante, segno che uno degli innumerevoli contendenti ha trovato la pace. I restanti proseguono, mirmidoni candele a contendersi un nero reame senza fondo.

Da diverse finestre i Savi si sbracciano per coordinare i loro inservienti, ragazzi strappati ai vecchi circi che ora volteggiano per muovere i tubi e i secchi in cui il sangue di stella è raccolto, raffreddato e infine imprigionato. Si muovono meccanicamente, e si chiede come possano dimenticare che l’unica esistenza che è concessa loro è quella, niente cambiamenti, niente vecchiaia; un ciottolato aguzzo che si avvicina in un battito di ciglia, invece. Non che per lui sia tanto diverso: metallo che ti lacera le carni, se si rispettano le usanze. Quanto alla seconda alternativa, nessuno osa pensarci. Sarebbe inutile, e siamo troppo pochi perché la paura possa guidare le nostre azioni. Prima poteva anche andare, era chi la usava ad essere mancante. Ma in questi eoni non possiamo avere la pazienza della natura: se non riusciamo ad evolverci con ali e artigli, diverremo un unico essere senziente, un organismo perfetto. E ci arrangeremo come tale.

Mentalità meccaniche, temprate contro la perdizione di dubbi, si scatenano appena l’alba smette d’essere una promessa. I borghi si riempiono di vita, e il fischio del silenzio non ha tregua dalla cacofonia di niente irradiata dai madrigali che cadenzano la nostra esistenza. Rinfodera l’asta sul fodero che gli ricopre la schiena, si calca l’elmo a punta per non far ritardare l’Aiutante per colpa d’inutili convenevoli e scende i gradini, diretto al giaciglio di paglia e coperte che lo attende da due turni ininterrotti; ultimamente va così: talpe cieche che si rincorrono tra mura scricchiolanti e pianerottoli erosi, questo sono diventati. Un altro branco è vicino, si sente…un brusio apatico, neppure robusto ma incapace di scorrere regolare, ed è l’inconsistenza a rubare il sonno, a far imbastire riunioni su riunioni di mastri per decidere il da farsi. Tregua, pecore, scimmie o agonia da leoni? Triplicare i turni e numeri della milizia? Costringere le Corrido a pregare meno e sciancarsi di più? I contorti livelli di gerarchia, sebbene non fossero che poche migliaia di anime, avevano provveduto a non far decidere niente, al massimo qualche straordinario sui semplici dal posto fisso sotto un destino segnato. Qualche anno addietro la soluzione si presentò molto semplicemente. A dadi. Due esploratori avversi si erano incrociati svoltando un angolo, e dopo i canonici attimi lunghi vite lunghe millenni se l’erano giocata. Che il caso avesse salvato le due contrade da un massacro era un pensiero che spesso faceva riflettere Fion, ma non avrebbe scommesso un rancio sulla prossima occasione di magnanimità. Quindi l’intera guardia era immersa in una nebbia di fatica, isteria e nervosismo, con occasionali scoppi convulsi di roche risa catarrose.

-Sgutttttt.-

-Pinto…anche tu di ritorno?-

-Psiii-. L’essere sgusciò fuori da una grossa fenditura del perimetro più interno, stiracchiandosi le membra al brutale caldo del giorno: dopo una veloce igiene gli si affiancò dondolando platealmente il dorso opponibile. Masse scure si intravedevano in controluce, ma era il buio di quegli occhi a catalizzare gli occhi in una feralità assoluta, ravvivata dalla voce atona e penetrante che accomunava tutta quella stramba progenie.

-Sono vicini?-

-Psssrobabile…ci stanno facendo scavapre a Noprd per evitaprli…-

-Se la fanno sotto, i Doc?

-Sempra…tanti. Si sente.-

Il brusio era il solito quotidiano di martelli e risa, imprecazioni ed orazioni, litigi tra schiere di sapienti e schiere di meno sapienti, o più mutando di sciocchezze il punto di vista. L’alveare andava spostato di continuo, e in parte Fion era grato di trovarsi in una posizione di schietta e limitata responsabilità, di quelle che ti danno meno incubi e attirano solo manciate di maledizioni. Pinto invece aveva un bel da fare ad interpretare i confusi dettami dei Savi maggiori, tutto regole e teorie astratte; quanto una facciata potesse rivelarsi una buona cinta, o una lunga arteria ciottolata ghiaccio pronto a sfaldarsi, era compito di chi nasceva invertebrato e sottile, come quello di rimetterci per primo la pelle, in caso di errore. Il suo amico tuttavia aveva ormai superato l’età critica, quella portatrice d’abbastanza esperienza per capire la differenza tra Ordine e Intenzione insita nell’ordine, e si era abituato a vederlo ricomparire ad ogni cambio, con quella tipica assenza d’espressione spruzzata d’intonaco e ghiaia. Forse per loro era lo stesso, ma non serviva a niente saperlo, dopotutto. Accettavano il loro compito, se l’erano trovato ficcato nel proprio corpo, unicamente questo contava.

-Un bicchiere?-

Annui con il suo cranio appuntito, nell’immobilità delle iridi che si erano prese tutte le pupille.

-E voi?-

-La gente è tranquilla…i Naoih un po’ meno: ne abbiamo rinchiusi due, stanotte…-

-Aprte…- sputò, -…mi chiedo a pche seprva…-

-A non farci diventare rigidi e fredde come queste rovine…-

-La salvezza stessa è prigida e fpredda….-

-Allora può darsi che non la meritiamo…-

La taverna non aveva un tavolo libero, e la presenza dei Naoih ne era la principale ragione; senza il loro metabolismo la maggior parte dei locandieri si sarebbe trovata sul lastrico, e metà dei campi erranti a secco di concime. Parimenti la produzione culturale, i canti quanto le composizioni e in genere gli svaghi, avrebbe subito un colpo dritto all’inguine: i tozzi omuncoli s’ingegnavano, e ritenevano artificiale e blasfemo solo il poter pensare un’occupazione diversa; tranne il mangiare, ovviamente…e si sentivano religiosamente e civilmente spronati a farlo. Difficile trovare qualcuno di più insopportabile, e se anche lo trovavi questo non si metteva a decantare poesie sputandoti addosso gli errori della sua digestione.

Intere montagne di cibo collassavano in tutta la sala, e Fion avrebbe pagato per capire una sola delle discussioni abbozzate tra la carne masticata e i gorgogli del vino, sollievo e con buona volontà ispirazione. Tra simili bisticciavano spesso, ma mai i litigi sfociavano in vere e proprie risse: per redimere le controversie s’erano ideati idioti rituali con scudi imbrattati da strambi diorami, altrettanto idioti. Dicevano che in tal modo incanalavano e sublimavano il rude spirito guerriero d’ogni era, e si garantivano la giusta fatica spesso musa d’espressione…loro non sanno niente, la loro arte è ombra senza colori…trottole impazzite gettate da un infante ipercinetico, ma anch’essi bisognava lasciarli nel proprio equilibrio. E’ l’uomo comune colui che deve portare pazienza, non gli individui speciali, i meno flessibili che campano d’eghi troppo gonfi per flettersi al vento.

Panto pareva condividere in silenzio, totalmente dissociato; si diresse subito al bancone, sgombro, ad ordinare due pinte.

La barista, una spilungona troppo sterminata per curarsi di una possibile bellezza, le tirò fuori come appena create da sotto il grembiule, eppure Fion era troppo assetato per perdersi in congetture e volgari fantasie. Si sedette, con due sorsi svuotò il suo boccale.

-Sei preoccupato?-

-Puoi ptdormire oggi…-

-E domani?-

-Ptdomani non so…-

-Tanti, hai detto…-

-Di scrravatori…lavorano meglio e prù in fretta, e il frastupron di quando tagliano la pietra peh…mai sentrito, neanche dai nostri anziani…-

-Chi lo sa, questo?-

-Tu sei il solo oltpre il “quanto basta”, cpredo.-

Puntuale come la notte, due grugniti s’elevarono dal brusio; i tavoli furono spostati con alticcia foga, e una rota di omuncoli attorniò i due sfidanti: uno, il più anziano, aveva il torso coperto da un arazzo bluastro in cui, a grosse pennellate, si ricordava con fin troppa gloria l’ultima fuga dei Cani di pietra (tramutata in una saggia e irosa avanzata…le direzioni sono il pongo dei potenti, segnatelo)…scorgendo con attenzione, scoprivi che erano tatuaggi, non irreversibili perché di tale arroganza nessuno di noi può ancora permettersi: la nostra via ha il profumo salmastro dell’oceano dei cieli, nuotando tra acque d’acciaio in cerca di cuore verde, che s’innervi nelle profondità, e le capovolga in un firmamento d’ammirare distesi su un prato di giorni conquistati, nostri…l’altro, giovane e fasciato di nervi, portava brandelli di vesti che, muovendosi, combinava in svariate composizioni: ora una margherita (simbolo di forza), ora un salice (simbolo di saggia cedevolezza), una valvola (non mi sovviene). Gli scudi si muovevano in una coreografia codificata concili prima, sotto un folk frizzante di contrabbassi e trombe, disegnando ognuno le intime convinzioni sul perché dei tozzi nani dovessero esprimersi a sangue…una sorta di balletto di presentazione, simile in battaglia a quando un guerriero urla il proprio titolo, chi ha perso la testa (o un braccio) per lui, la bellezza d’un’elettrica caducità…Fion avrebbe dovuto solo godersi lo spettacolo come è richiesto dalla tolleranza (tolleranza è indifferenza, indifferenza è stupidità), ma un certo tipo di profondità è sempre presente, e lui, il perché lo potrete capire se davvero avete bisogni di tutti i passaggi e pure di una pacca sulla schiena, non riusciva ad abituarsi ad un assorbimento passivo…come si potesse coltivare uno spirito critico, allora. O adesso. Ci sono diversi modi per colmare il proprio vuoto pubblico, la trasformazione che avviene sopra l’uscio di caso, quando le nostre dimensioni non crescono con gli spazzi sconfinati, ma rimangono quelle di un bimbo che appena scoperto che il mondo va ben oltre il proprio giardino, e muto e meravigliato lo attraversa, lo tasta, lo assapora; ma non siamo bambini: noi, tanto per cominciare, dei bambini non abbiamo le palle (scusate il termine)…e il nostro mutismo si riversa in un giardino più grande, in cui ogni voce è attutita dalle parole d’un vento di respiri vili, trattenuti, terrore di rompere d’impeto un autunno imbastito e flebile. Solo i morenti urlano, frasi sconnesse, odio, promesse…comunque…Fion era giovane, di quella giovinezza fresca e matura, una sorta di zenit d’uomo in cui ogni imperfezione è puro splendore, e per questo non si limitava a sbronzarsi in beata arroganza…e sommariamente comprendeva quei gesti, almeno nelle linee guida: l’istoriato era convinto che la vocazione, il reale dietro il reale e quelle menate lì, non fosse che vero attaccamento alla vita, quando questi pazzi logorroici osceni tempi ci portano fuori da essa; un istinto naturale, in pratica, che veniva reso da movimenti scattosi, mente gli occhi, d’un arancio pronto a traboccare, vagavano incessantemente ovunque, sostenuti da smorfie grottesche. Per il mosaico, al contrario, l’arte fungeva da catalizzatore, una macchina capace di rendere il quotidiano fucine e raffinatrici di lava…i suoi scudi si incontravano con lenta armonia, speculari, e la sua espressione profumava di fresca beatitudine…

Poi la musica, con un’accelerazione improvvisa, scandì la fine dei convenevoli: il ragazzo si spinse come cadendo, trascinando il proprio peso in una valanga d’arcobaleni; l’anziano fece lo stesso, ma prima d’essere toccato si mosse di scatto (tradendo un cigolio) e fece partire un gancio a frusta da sinistra. Tuttavia l’altro (forse l’unico nostro errore è provocare, provocare è forse l’unica nostra salvezza, prima dell’inverno) aveva proseguito d’inerzia, e l’assalto andò a vuoto.

I due si confrontarono ancora, ma le articolazioni attempate non avevano gradito tutto quell’ardore, e il vecchio iniziò a scansare, rigirare, scansare e rigirare, in un emozionante crescendo d’asma. Non basarti su ciò che non è eterno. Che la volontà si adagi a una buona roccia, piuttosto che a  una barcollante vallata, in perpetuo discarica in potenza.

Finalmente la margherita sfiorò con tatto il dorso canuto, giusto dove il beneplacito del sommo Diacono al massacro dei mille volti era stato trasformato in un onnisciente ordine di Dio. Strano che Dio puzzi così tanto d’uomo, soprattutto nella propria condotta…comunque, l’ira lasciò spazio alla stanchezza, i due si strinsero gli avambracci e il gracchiare ricominciò. Noia. Discorso tra intellettuali: almeno fosse spettacolare, almeno lo spettacolo avesse un senso, e non fosse solo un surrogato impastato in tutta fretta dalle collettive massaie…quelli che rifilavano nelle camerate a confronto erano luincenso di buona qualità, senza pretese allucinogene quanto un calmo rilassamento che non si prende per ciò che non è. Un senso ultraterreno, per esempio.

-Comunque, terrano tutti allo scupro, in fondo non ci si amputa un bpraccio prima della cancprena…-

-La cancrena si infetta…abbiamo falle ovunque, poche guardie, non una roccaforte che sia tale…e le rose di roccia dall’ultima battaglia non so più le stesse…-

-La pace infiacchisce…e così che fa…un impepro totale sarebbe la patpria dei deboli…ai tempi delle Capitaneprie, in tanti si faceva la metà di quanto facciamo opra, in pochi…e se non fosse per quelle pfemmine in…-

Un serpente di cuoio bloccò il resto della parola. Poi si ritrasse di scatto, e Pinto volò per terra fracassando lo sgabello e una decente quantità di bicchieri

-Un unico impero è ciò che il Bifronte esige. E’ legge. E’ la realtà immacolata a cui tendere. Quanto alle femmine, sentiamo la fine della frase…-

Lo strisciante alzò lentamente il viso, tenendosi il collo ora d’un violaceo acceso con cangianti bordi bruni.

-In..illuminate, ciò non…saprebbe successo.-

-Eccellente-. La matrona arrotolò la frusta, poi trafisse con gli occhi Fion -non è santo questo?-

-Santissimo-, balbettò il soldato.

-Bene…che il mediano sia bruciato, ed il dubbio purgato.-

Appena il portone si richiuse, Fion si gettò sull’amico, tirandolo su.

-Coff…con quello che mangiano, mi chiedo come facciano ad essepre così…coff…così silenziose…-

-Come stai?-

Sputò. -Sopravviveprò…-

-Anche qui, quelle bastarde…che pensino ad allenare le loro pupille, invece di vessare la gente con le solite pare teologiche…-

-Zitto…potprebbero esseprcene altpre…-

Fion bisbigliò: -le precipitazioni di stanotte le avranno fatte andare fuori di testa…-

-Bepre quella proba…andprebbe fuopri chiunque…-

-Almeno noi sappiamo con che ci ammazziamo…-

-O almeno nell’agonia ne discutiamo…anche la vita è così, no?

-Non so se avremo tutto questo tempo…-

Pinto distolse lo sguardo dalla schiuma ambrata, e lo fissò calmo negli occhi: -sei preoccupato? Aumentepranno le protazioni, foprse, ma il noprd è sicuro, lo guadagnepremo…i miei fpratelli sono in gamba, e come sempre rimediepranno alle stupidaggini dei prosa pezzi gonfi…-

-I quali, però, come sempre se ne prenderanno il merito…-

-Oh, ma noi mipriamo alla pelle, per opra.-

-Per ora-; sollevò il calice, incassando le spalle in modo da mettervi il proprio volto livido. -Alla tua incrollabile fede nella famiglia…-

-Alla framiglia!-

Brindarono.

Intanto, nella piazza antistante la locanda, si era radunata una piccola folla di suore. Le placche delle loro armature catturavano i riflessi carmini del sole, e i muri rosati parevano contenere a stento quel grumo di puro, immobile sangue. Il fulcro era lo stesso essere giunonico che aveva appena rinfrescato il catechismo a due onesti lavoratori, e con gesti decisi infervorava le compagne per la preghiera mattutina. Un suono neutro, perfetto, gracchiato alla pari d’un angelo.

Oggi sorge, identico e avverso

Occhi aspri ci guardano

Oggi torna, truce e terso

Occhi cinerei ci amano

Noi eseguiamo

Noi siamo

Onorando la gioia

Saggiando il dolore

Finché l’anima muoia

E il cielo torni di solo colore

Coro: poiché male desta bene dal torpore,

          lo rende oro e incenso

          l’antitesi è granello privo d’ardore

          serve devota il senso

Il senso è ciclica apoteosi del probo

Spirale densa ed alata

E con la lancia e la cotta io lodo

Risponderò alla chiamata

 

Stettero un minuto di raccoglimento, una noiosa apnea a cui era costretto a piegarsi chiunque passasse di lì, poi in fila scomparvero verso ovest, dirette alle sale d’armi dell’Ordine. Lì si sarebbero allenate incessantemente per ore, poiché le vergini non conoscevano sonno o altre passioni…il sesso forte erano loro, del resto, e tranne i savi gli uomini non ricoprivano che posizioni subalterne; tuttavia, a ben pochi questo andava giù…i comandi senza borbottii di risposta si contavano sulle dita di una mano, sebbene nessuno si fosse mai davvero ribellato…uno scomodo assioma di natura, svegliarsi con la nebbia appiccicata allo spirito…e perciò l’odio ormai andava scemando, come si fossero trovati in un’utopia e solo gradualmente potessero abituarsi. Ma per quel che ricordava Fion da sempre funzionava così, e in fondo c’era ben poco da lamentarsi: erano ancora vivi.

Il credo imperava, tra i cortili erosi fino alle caverne dell’anima. Non che mancasse chi provava a metterlo in discussione, ma il grande cataclisma di qualche anno, o decennio?, addietro lasciava ben poco spazio alle congetture: il Bifronte aveva portato l’apocalisse per rinforzare la giustizia e l’ordine, ed il male, che ovunque serpeggia, era solo passeggero, qualcosa di funzionale relegato ad un ruolo ideale di supporto…come il Giuda d’una delle precedenze, per intenderci. Anche gli altri clan, ad ascoltare le agonie degli sciamani abbandonati, sembravano proferire credi assai simili, e all’umanità, di comune, non restava che questo. Ovvio, la loro particolare interpretazione si dimostrava fiera l’unica retta e investita: il grigio e le vie di mezzo si appellavano abomini, tre le sacre razze, e solo alle donne inviolate era concesso vestire le sacre armature della fede. Quanto all’altro genere, il maschio era il male: i Savi del resto si occupavano di arti pericolose, discontinue, e non avevano alcuna autorità politica; ma il disgusto che provocavano rendeva ancora più salde le guardiane, in un circolo sublime di pura mortificazione sessuale; accoppiarsi era lasciato alle femmine più sfortunate, o semplicemente a quelle più brutte.

Ma l’amore non era sradicato, non in profondità; si continuava ad amare, a varcare i confini del proprio corpo e della propria anima, ma in punta di piedi, tra corteggiamenti d’odi d’aria e poesie scritte sui muri lisi e ambrati. Fion non faceva eccezione, con i suoi bei miti coltivati negli echi di musiche ancora intrappolate nella pietra. Ci voleva qualcosa per tenere duro, e un secondo calore sul tuo risponde a qualsiasi domanda, la ragione migliore.

Così, mentre i cunicoli si susseguivano come fotogrammi andati a male, strimpellava canzoni fragili, che solo il vento riusciva a udire…una faceva così:

Non so se mi vuoi, o se è solo una fame a unirci, a tenerci sospesi su questi giorni che camminano a scatti, dopo secoli di rivoluzioni silenziose. Non so se ti voglio, se il tuo volto sia gradevole maschera capitatemi nelle mani in una sera sgusciata via dalla nebbia, nuvola di crepuscoli capovolti e memoria d’albe tranciate. Ma ho paura di perdere qualcosa. Paura che le mie scelte ritornino sui respiri che credevo liberi, e invece non facevano altro che attenderti, attendere noi…e mentre non rispondi, mentre lacrime silenziose cadono nel pozzo senza fondo d’echi lisci e violenti, io ti parlo, come se una parte di te fosse qui, potesse udirmi, potessi essere l’utopia che tutti noi cerchiamo…sono complicato, per l’arso profumo della mia insonne solitudine, come avessi perso la voce e non sentissi più il suono delle parole, e te le gettassi perché tu le prenda, le accompagni dove la mia anima possa rallentare, e ammirare la semplice bellezza di te, di me, di noi…continui a non rispondere, forse non risponderai, forse queste parole rimarranno lo sfogo d’una notte appena dopo il tuo passo lontano…forse sto sbagliando, scorgere qualcosa di brillante e gettarsi a capofitto, senza curarsi delle apparenze, dei rituali, delle aspettative…non mi hanno insegnato la pazienza, ma tu ne hai, la plasmi con le labbra appena accennate, il naso levigato, quegli occhi che contengono la consapevolezza che la vita brucia, e brucerà sempre. Vorrei solo una risposta, una risposta che non puoi darmi, che nessuna può ancora…ma per una volta ho paura di partire. Paura degli eventi. Paura di non trovare le parole. Paura che sia troppo tardi. Non so come finire. Dovresti chiamarmi. Dirmi che va tutto bene. Che posso sognarti stanotte, perché è ormai da tanto che non sogno, tutti i miei desideri traballano d’assenza; tutti tranne il tuo, che maneggio come un sole appena sorto, fragile eppure capace d’illuminare fin dove m’ero arreso, troppo freddo per far germogliare una rosa di roccia, troppo caldo per dipingere un’aurora di steli.

Non so a chi dedico questo. Spero sia tu.

Rispondi.

Questo sussurrò alle nubi mature quella sera, prima di abbandonarsi all’Aiutante; la dama in questione, sempre se la nobiltà ancora potesse valere qualcosa, era un’assistente cuoca, dal tozzo naso a patata circondato da zigomi forti e una frangia color grano. Tutte le poesie le si adattavano, e tutti i suoi stati d’animo; forse non era abbastanza, e benedetti coloro che non hanno dubbi, e al tempo stesso maledetti. Perché amore non è facile, solo semplice.

Partire significava ronda, non avere tempo non presentarsi al cambio, immergersi nel dedalo dei borghi e mai più fare ritorno. I semplici come lui non avevano alcun senso particolarmente sviluppato, e non di rado intere guarnigioni scomparivano tra le nebbie di silicio e muschi urbani. Ma sul sacrificio di molti si erge la sopravvivenza del tutto. Si usa spesso, questa frase, per riscaldare i loculi. E di qualunque era voi siate, ne troverete il segno, anche in una corta e asmatica memoria. Ma non vi colpirà più di quel tanto, la retorica rimane retorica, persino quando inaugura mattatoi all’ingrosso, o statue più utili ai piccioni che agli animi umani, o di qualsiasi razza voi siate.

La caserma era, in quel loke-il loke era l’unità di tempo del clan, eppure non altro che succube dello spazio, la durata d’un presidio prima dell’ennesimo spostamento-, un bastione a pianta pentagonale, con un barbacane d’ingresso ricoperto d’escrementi di corvi ciclopici e pareti che s’alzavano lisce e pure, inquietanti al cospetto dei dintorni come sforacchiati da un’artiglieria infernale. Era un posto brullo, eppure in grado di tenere fuori il freddo e in teoria assalti numerosi. Ma usava di più morire fuggendo, piuttosto che combattendo, e solo una guardia sonnecchiava pomposamente all’ingresso. Fion non la disturbò, s’infilò nella propria stanza e si buttò sul giaciglio senza nemmeno svestirsi. E’ buffo, quanto irrazionale sia la gerarchia delle preoccupazioni: una frase sbagliata può rodere più d’un invasione imminente: per esempio “sole fragile”…perché le parole arrivano, arrivano tutte, a lei o a te in vortici cosmici di senso e meraviglia, un respiro universale di cui ogni amore è una piccola, ribelle figlia. Ma di questo voi non conoscete, e pure Fion indovina ben poco. Difficile si stia con una persona per quello che è, tanto una somma serbiamo nel cuore, un cuore matematico, un cuore freddo. L’anima è data da scolpire, non s’adatta al mondo, una punizione inferta con il massimo della pena: non ricordare il crimine, e non capire.

La frescura del limite bagna i piedi scalzi, prima di scivolare oltre. All’altro capo dell’universo.

L’Aiutante giunge per ognuno diverso, lo avvolge allentando i morsi delle meridiane, gli striduli versi dei gatti e il trambusto preciso dei nottambuli.

L’Aiutante tira fuori la scintilla di dolore che sei vagante, nel pieno che è vuoto. Ti porta via. Altre leggi. Ciò che si profila, mentre gli astri sfilano altrove in righe scintillanti platino e miele,  non ha legami con ciò che pulsa vecchio e distorto alle spalle spossate.

Il sogno è la seconda vita dello spirito, condannato a non poter mai serrare i propri occhi, il proprio udito. Lungo le barriere dei regni, pascoliamo per non far entrare il ricordo lasciato totalmente nel nostro senno. E’ il silenzio di questi suoni, l’arrivo di altri. Mai un silenzio assoluto. Il silenzio non esiste, è solo il pianto di Dio.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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