Cantico di Pietra – Secondo Fuoco

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Cantico di Pietra – Secondo Fuoco

Cantico di Pietra – Secondo Fuoco

Fermami amico,

sono l’unico in cima alla discarica,

sono il solo che dondola i piedi

sul brodo artificiale

inebriato dall’odore

Fermami amico,

perché quando scenderò non farò differenze

perché ho bombe atomiche nelle mani

e non sono una fredda checca libernista

io voglio usarle

Fermami amico,

sai che sono degno, e sai c’è una miccia

che non me ne andrò senza un segno

e potrei fregarmene dell’etica

qualsiasi etica, persino della poesia

Fermami amico

Diventa il mio avversario

Fammi vincere

O perdere con onore,

perdere per qualcosa

Diventiamo una storia amico

Bene e male, male e bene

Una fottuta storia morfina dagli incubi

Per condividere il peso del mondo

dare senso a questo eterno dolore

Lasciamo una scia di distruzione, amico

Così fiori la ricopriranno

E dal silenzio tornerà una musica persa

Una musica che ho dimenticato

Che non meritiamo più

Fermarmi amico mio,

dammi dignità, dammi una memoria

il resto spargilo

come pioggia su un prato vestito d’autunno,

umile e quieta.

Il menestrello cantava, le mani disarticolate che si destreggiavano sulla contorta chitarra verde pisello, capace di catturare l’elettricità ancora ruggente nell’aria; sedeva su un muro tranciato, con attorno i cadaveri delle buffe matrone corazzate e dei viscidi esseri loro servitori che avevano tentato, invano, di opporsi alla conquista di Tienne.

Fu un massacro: gli indigeni non erano scesi a patti, forse neanche avevano capito l’ultimatum inviatogli dalla brigata; si erano battuti con vigore, mettendo in mostra tutta la varietà di specie che accoglievano, ma tra gli assedianti non si contavano che una manciata di perdite. La squadra di Alaya era arrivata a battaglia ormai conclusa, gustandosi solo l’ultimo e misero rastrellamento tra le rovine. Ora girellava in preda all’ebbrezza montata della vittoria, e solo quella voce leggera e indifferente aveva fermato il suo vagabondare: spiava l’aedo, assorto nel proprio senso, guardandolo suonare per alcuno oltre se stesso; si stava compiacendo in un intimo concerto, unicamente per lustrarsi le piume e fregarsene del contorno, dei morti, della sofferenza come della gloria.

Lei seppe subito perché, nonostante i gradi e l’ostinazione, l’osservava cercando di non tradire il minimo rumore: lui era uno specchio, camuffato ma nel concreto autentico, in cui Alaya riusciva a ricalcarsi perfettamente; mentre i focolai finali della resistenza scemavano nella sadica caccia dei vincitori, il Felea prendeva ciò che trovava, l’energia ancora rarefatta, per superare e distanziare gli altri, una gara senza fine né traguardo. Non chiedeva comprensione e riconoscenza, lui; la sua massima grandezza consisteva nella propria solitudine, troneggiante su tutte le altre solitudini.

Lei non avrebbe rotto l’incantesimo, per nessun prezzo o dignità. Quella dolce debolezza di comunione. Anche se si sarebbe derisa a concerto concluso, e avrebbe mortificato il suo corpo per punirsi. Anche se era tradire tutto quello che rappresentava, il provare ammirazione priva d’invidia, quella sana spinta a prendersi ciò di cui mancava.

Ai suoi piedi un muscoloso nano giaceva prono, dilaniato da una indefinita passata di proiettili, esplosivi a vederne i crateri. La varietà con cui germogliavano le culture era davvero commovente: questi esseri avevano girovagato in quella vetusta necropoli per chissà quante ere; corpi alti o squadrati, incisi o malconci, volti sfregiati o candidi e vesti rituali del tutto nuove per lei, non cosa rara nel seguire una campagna di conquista. Se la ricchezza della realtà si basa sull’alterità, loro non erano che sciacalli, profanatori di un mondo. Ma il mondo ormai è una realtà terminale. Banchettiamo al calare della fine.

Tra i ruderi che salivano e scendevano c’erano ancora segni della civiltà anteriore, la grande Culla madre da cui venivano tutti: laconica e ben più avanzata della loro, almeno in apparenza.

-E’ la differenza, la tolleranza, la dispersione che l’hanno resa un ammasso di mattoni scavato da patetici vermi umani.-

Lui la raggiunse, e con un piede tastò il cadavere.

-Il caos è bello, bello è cogliere ogni volta un fiore diverso, ma guarda…- lo ribaltò, mostrando una lunga barba variopinta e un petto scolpito con muscoli e tatuaggi superbi: una trama, di cui potevi anche sentire la musica, che vede una mente collettiva chiedersi se l’individualismo è sua evoluzione o devoluzione.

Per un attimo Alaya fu colta da vertigini: non poteva credere che in quel nido di disperati qualcuno potesse giungere a una tale perfezione, e non riusciva a capacitarsi che, da adesso in poi, nessuno avrebbe più potuto vantare una simile abilità; -…che bel popolo era questo: un popolo volto al perfezionamento folle, ad oliarsi le rotelle ed essere una macchina perfetta ed entusiasta…un popolo libero, che a stento ricordava i criteri che il passato insegna e impone…un tempo gente così avrebbe avuto tutto il tempo di maturare, cementificare una coscienza, farsi le ossa…adesso no, adesso non è l’epoca dei giovani; ora è lo spasso degli adulti, dei duri: il mondo si è fatto pesante, e solo spalle larghe possono reggere il gioco…- con la suola sporca imbrattò quella cutanea opera d’arte.

-Certe distanze si rivelano incolmabili, e noi siamo fallibili, mia cara, dobbiamo ridurci a macellai; l’odore di corolle accompagna i santi, non gli uomini, neppure i Felea…il nostro gradino in più è capire questo. Noi assottigliamo le differenze. Noi stiamo al gioco, rinneghiamo gli inferiori e contempliamo la folgore della nostra fredda, apatica perfezione…il campo è nostro, Alaya. Basta questo a legittimarci, a farci dimenticare il significato della vergogna.-

Quando si lasciavano andare, si glorificavano della brusca schiettezza della loro condizione. Era quella elegante, scarna consapevolezza a rendere i loro visi così belli, nonostante il contorno di morte e tumulto.

-L’autoesaltazione è ufficialmente la masturbazione di una mucca mandata al macero.-

-Questo potrebbe essere anche detto a te, Garathon…-

-Quando sarò riverso in una pozza vermiglia accetterò la critica, Alaya. Non prima…-

Ron era ubriaco; schifosamente ubriaco, a vedere lo stato della sua uniforme. Con un suo camerata sbraitava  lungo la colossale galleria che era parsa loro dal niente, occultata all’ombra di una costruzione contigua, ancora più estesa, simile ad una vecchia grottesca chiesa; nel luogo di culto concordarono, seri nonostante la centerbe, di non entrare, indirizzandosi invece verso il ben più spartano traforo, immerso nell’oscurità. Il soffitto a cupola, sorpresa nella sorpresa, scintillava di un vetro che moltiplicava i fuochi celesti e di rimando i loro schiamazzi: il piacere dei festeggiamenti unito al dovere della sicurezza e del finire il lavoro, e i loro alieni superiori, i cari bravi e amorfi esseri effeminati con la puzza sotto il naso e la luna sempre storta, li avevano lasciati fare; quelli non festeggiavano mai, sembrava non volessero la vittoria ma solo un buon motivo per riprendere la lotta. Con la pace, se ne sarebbero sbarazzati. Tra i gruppi nazionalisti già si vociferava sulle modalità e i tempi.

-Ronnnn…Ronnnn?-

-Frogo mio caro, Ron non c’è adesso…lascia pure un messaggio…-

-Dì a Ronnnn che ho sentito…-scoppiò a ridere -…psiiiiiiiiiii….ho sentito uno sferg…sferggg-

-Zittò giovanotto!- gridò. -Che potrai mai aver sentito con tutta quella muffa che hai nelle orecchie? Il ronzio del tuo cervello rotto, ecco cosa…qui non…-

Uno sferragliare metallico depurò in un istante il sangue e la mente dall’alcol.

-Dio-. Imbracciarono le mitraglie, mentre negli auricolari gracchiavano la richiesta di intervento.

-Torniamo indietro Forgo. Qui siamo in mezzo e non vorrei che…- ombre tronche emersero coprendo la base dell’entrata. Il tetto trasparente perse il colore, e passi sciamarono nel buio attorno a loro.

-E’ uno scherzo? Breda sei tu?…ti posso assicurare che non te lo chiederò una seconda volta…-

Il silenzio tornò. Le sagome, immobili, somigliavano a una distesa di catrame un po’ troppo cresciuta.

-E di loroh che fasamo, Mastro?-

-Avrano chieusto aiuto già, sì sé. Non ce servono pù, adesso ora…-

Ron fece partire una raffica in direzione delle voci, ma lo stesso bagliore del colpo venne subito assorbito dall’oscurità che, come bava densa secreta da un insetto gargantuesco, colava dall’alto. Le pareti iniziarono a chiudersi attorno ai due, lente e meccaniche.

-Cambio ordine…- un martello amputò la frase, spappolando il cranio di Forg, e riscomparendo subito nella massa uniforme.

Ron pregava. Pregava immagini che il cervello gli suggeriva incessante, sul momento: cornucopie, elefanti sorridenti, saggi mummificati rinchiusi in qualche promontorio. Neanche sentiva il suo caricatore svuotarsi. Solo pensava a indovinare la parola giusta mentre il tempo scadeva. Neppure sentiva i legamenti tranciati in perfetta sincronia col collo spezzato, come si fossero allenati per mesi con il suo manichino. Solo si chiedeva perché essere un personaggio secondario anche se capace di epica, e marchiato di vita.

Garathon si irrigidì di scatto, lei l’istante seguente: i minuscoli dischi  alle loro tempie sinistre propagandarono sciami di informazioni lungo i nervi fino alle sinapsi; gli occhi vibrarono e le bocche ondeggiarono, come se sorseggiassero lacrime dell’oceano celeste.

-E’ così banale cadere nell’euforia del trionfo, gozzovigliare anzi tempo; talmente poco riguardoso…e poi si sospendono delle conseguenze…l’arte della guerra è lasciata ai frustati, a individui che non meritano lo stadio meraviglioso della carneficina…-

Alaya acquisiva mappe e una marea di nozioni secondarie, tenendo ancora l’intera veste da ingaggio; cercava di ignorarlo ora, lo strazio della loro socialità: il problema dei Felea era che quando si aprivano trovano difficile richiudersi…mancanza d’abitudine, sia di parlare sia d’ascolto; -è poco distante, oltre quel grattacielo…- disse indifferente, -…due uomini persi: potrebbero anche essersi ammazzati a vicenda…-

-Non sarebbe la prima volta; e in caso contrario abbattere una copia di sbronzi non è poi questa grande impresa…-

Lei gli mostrò i suoi freddi denti tersi -…spero che tu non debba accontentarti.-

-Vedrò di divertirmi con quello che ho.-

-Non ti vesti?-

-Va bene così-

-Anche sottovalutare i propri avversari  è poco riguardoso…-

-Mi paragoni troppo a Loro.-

-Noi siamo loro, in parte almeno…-

-Una parte che dobbiamo strapparci di dosso…e non è mancanza di rispetto, piuttosto un’iniezione di teatralità e brivido: siamo superiori qui- si batté il petto, -…non abbiamo bisogno di tattiche ed esoscheletri…usiamo troppo queste cose…- le passo il dito sulla spalliera -…fregarcene, buttarsi, così mantieni la vetta…-

-Se permetti farò in modo che la terra non ti manchi da sotto i piedi.- sguainò il macete, -…due guarnigioni si stanno già dirigendo sul posto.-

-Non vedo perché lasciare a loro il piacere…-

-Eccoti qui.-

La galleria in cui era stato registrato l’ultimo contatto doveva vantare grande prestigio, in tempi lontani: una costruzione balzana, dalla progettazione meticolosa, quasi gotica, che tagliava a metà una fortezza a stella dalle basse e larghe mura. Sui suoi tetti, come falangi di un cavaliere porcospino, lampioni a forma di albero continuano a svolgere il proprio compito. Attorno uno sterminato spiazzo in ciottolato, su cui mosaici raffinati davano l’illusione di trovarsi in giardini pensili solcati da zampillanti rigagnoli d’acqua; sembravano appena scavati, le intemperie del tempo si erano tenute scrupolosamente alla larga. Paura o rispetto. Ma un’affluente rosso, rosso organico, faceva propendere per la prima ipotesi.

-Ce la rendono facile, gli ultimi…-

La striscia vermiglia funzionava meglio della invadente canonica freccia che indicava l’obbiettivo sul display dei cadetti: partiva dal centro della piazza e conduceva dritto dentro la galleria.

-Teatrali persino…non avere speranze deve stimolare la fantasia…-

-O la follia…- Garathon intinse il dito nel plasma, ancora caldo, -…ricordi i supereroi dell’accademia? Nascevano sempre da un trauma, un’esperienza che facesse crollare i loro  nervi…-

-Semplicemente la consapevolezza che per fermarti ci vuole parecchio; solo che pochi si sfidano abbastanza per rendersene conto…-

-Perdenti…comunque accontentiamo i proprietari di questo rudere…la storia mi diverte…-

-Prima tu, se smani così tanto…-

-Volentieri…-

All’ingresso una scogliera di buio arrestava bruscamente la traccia; eppure uno stagno di luce poco oltre ripagava ampiamente la delusione: era creato da una luna nascosta, che non si rivelava se non per quella carezza, e al suo centro giacevano i corpi dei due esploratori. Uno parecchio mal ridotto, l’altro adagiato come in dormiveglia. Le ferite sembrano inflitte con cura chirurgica e una linea pulita. Mostravano stile e pazienza in abbondanza quelli, a differenza degli altri difensori.

-Abbiamo un’elite, qui; questi sono i pezzi grossi…-

Affondarono nel nero, lui rilassato fuori e caricandosi dentro, lei con gli stivali rinforzati che calcolano possibili distanze, eventuali traiettorie di schivata.

Poi i respiri. O meglio un unico, colossale, respiro. Esagerato, come per testimoniare la propria esistenza e nulla più, perché un più non è richiesto, superfluo. I sensori dell’armatura impazzirono all’unisono, si trovassero nel cuore di un mastodontico esercito nemico. E così è. Sciami impalpabili di metallo li circondano, immobili. Pedine mosse da una enorme mano celata, guardiani silenziosi per un sonno eterno. Lì da secoli. Lì per la storia.

E uno iniziò a parlare, mille voci in una, un intento in mille occhi impietosi.

-Il mio nome è moltitudine, poiché in tanti noi serviamo.-

Basse e grosse armature verde scuro diradarono il corvino. Maschere dalla ferina e squadrata bruttezza le completavano, e un ossessivo bianco e rosso batteva emblemi e stendardi; solo la presentazione suggeriva che qualcosa dentro di loro pulsasse.

-Ci avete liberato da chi un tempo mi cacciò…- una mano guantata uscì al chiarore lunare, e si aprì mostrando il capo mozzato di un Nanoih.; -…ci ritennero inferiori, cacciandoci nel sottosuolo, da immemore era. Attendemmo, scavando la ruvida terra e l’anima con l’odio ed il rancore. Quando trovammo l’Albero della vita, Signore d’ogni luogo, Egli ci fece dono della verità: non bontà né cattiveria, ma la giusta e ferrea freddezza della sopravvivenza, e un’unica mente per perseguirla. Noi siamo uno, un alveare d’acciaio e fervore. E torniamo a riprenderci ciò che ci spetta, non bastano cento generazioni ad assopire la sete di vendetta, ormai nei fluidi che oliano i nostri muscoli…- innumerevoli sterni si contrassero;- eppure so riconoscere l’utilità di chi ancora vacilla nelle tristi anime disgiunte. Vi siete mostrati profittevoli, uccelli pulitori, anticorpi di innocue eppure fastidiose malattie. Seguitemi, seguite l’evoluzione, e passerò oltre.-

Garathon sorrise stretto, e scattò: roteò per un zizzagante semicerchio la sciabola e per il resto della circonferenza il fuoco della mitraglia, mentre Alaya, chinatasi sotto la sua ombra, con una spazzata tranciava un paio di gambe e tramite macete e canna altrettante braccia.

Gli altri non reagirono. Qualcuno dei colpiti cadde, ma non si levò nessun suono, alcuna reazione di collera o spavento. Un placido lago piatto di automi.

-La scelta, seppur stolta e considerevolmente dovuta alla eredità che vi precede, è pur sempre vostra. E io non posso tollerare.-

Un solo e immane corpo si scatenò sul Felea. Martelli lo sublimarono in una scoppiettante vampata sanguigna che, mimando un fulmine sporco di tramonto, esplose in una frettolosa chiazza morente. Non avevano gracchiato ordini, tentennato nell’approccio. Sembrava che un unico filo di elettricità li collegasse tutti, senza ritardi o ripensamenti.

-E ora tu, Femmina. Che voi non capiate i doni che la totale e intima comunione riserva, ciò è imperscrutabile mistero per me. Ma del resto, l’ignoranza è il più grande dei misteri della vita. Sempre se vita si possa definire la tua.-

-STOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOP!-

Un piccolo essere impatta sulla mappa dove robottini dal gusto minimal intessono con vari inchiostri figure, città e alture.

-COSì NON VA! E NON PER ESSERE civettuolo, ragazzi miei, ma anche la lunghezza ne verrebbe ben meno e sappiamo tutti quanto la quantità sia sinonimo di qualità, al giorno d’oggi. Lei non deve morire, lei deve continuare, lei deve dare il largo ad un tassello fondamentale; Quindi ora inventiamoci qualcosa, qualcosa di provvidenziale…su da bravi, considerata la situazione mica bisogna sforzarsi troppo: ogni personaggio qui vede le cose a modo proprio, e vive le suddette cose con una condotta per nulla lineare e coerente con se stessa medesima…al lavoro!-

Tutti ascoltano, tutti annuiscono e tutti si adeguano. E’ un bello sforzo coordinarli, ma sanno il fatto loro, e sacrificarsi all’occorrenza. Un filo tira su l’essere.

Le braccia rimangono sospese nell’atto di colpire. Un pulsante premuto e atterrerebbero sotto ingranaggi perfettamente oliati a cancellare l’esistenza di Alaya.

Ma non scendono da quel climax. Anzi tornano lentamente alla posizione appesa di partenza.

-Tu non reclami questa realtà, donna…- la tenebra torna a piovere dalle arcate, -…non sei un nemico, neppure un vero elemento della gara…cammini oltre i nostri ragionamenti: un’anomalia, un errore di traduzione, un equivoco; deve essere una mesta ricerca, una sete inguaribile la tua…meriti la mia compassione.-

-Non me ne faccio niente della vostra compassione. La compassione di schiavi…- stavolta neanche riuscì ad attaccare; uno schiaffo, forse solo aria sparata a velocità folli, la sbalzò verso l’entrata, l’annoiata manata ad una imprendibile, insignificante zanzara. Un dolore atono e uniforme si diffuse subito lungo tutta la sua corporatura, mentre il soffitto di cristallo le si avvicinava, rivelandole bricolage di foto d’epoca e vecchi tessuti riadattati da potenze ancora più vecchie. Per un attimo pensò che non sarebbe mai tornata giù, che la terra come la conosceva non avrebbe da allora toccato di nuovo i suoi piedi.

Un improvviso sfarfallio all’entrata la smentì. Anche se intontita, i suoi automatismi ne furono destati e ripresero il pieno controllo: con una grossolana torsione si rimise in assetto e riuscì ad atterrare compostamente, nonostante la forza di spinta residua s’ostinava a trascinarla indietro. Le ginocchia stridettero contro il pavimento di legno e marmo, ma il busto resse e lei, slittando, ebbe il tempo di fissare l’araldo allontanarsi rapido e ghignante, un distinto incubo d’inferi fin troppo conosciuti, e il sipario di petrolio rinsaldarsi a pochi aliti dal suo viso.

I rinforzi, tuttavia, erano arrivati; una nuova porta di grigi cannoni si erse per farle da schienale, e piccole armature giallo scuro ne circondarono i cardini, direzionando luci di puntamento che, ragnatele smeraldo, navigarono in quel mare tempestoso d’antico male.

Poi lei gracchiò l’ordine.

Da allora iniziò la guerra che non ha fine, la guerra della colpa, la guerra che conosce l’alba e atterrisce il tramonto. Come se ogni guerra non fosse il breve e rumoroso capitolo di una guerra ben più grande e bieca, che un dì salutò il nostro sbarco e una notte, vicina, veglierà il nostro funereo canto.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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