(Ri)Scoperte, il Cinema che C’era una Volta: Una Pallottola per Roy di Raoul Walsh

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(Ri)Scoperte, il Cinema che C’era una Volta: Una Pallottola per Roy di Raoul Walsh

Il Mito di Bogart, tra Solitudine e Sfida all’Autorità, nel Noir di Walsh

Se parli di western immagini John Wayne, il suo cappello, il suo cavallo. Se parli di commedia, è il viso sghembo di Jack Lemmon a venirti in mente. Se invece vuoi dare un volto preciso e immortale al noir americano, l’immaginario si scolpisce delle fattezze di Humphrey Bogart. Dopo anni di caratterizzazioni, il grande Raoul Walsh nel 1941 gli dà la prima occasione di mostrare il suo talento da protagonista in Una pallottola per Roy (High Sierra), film che segnerà a fondo entrambe le carriere.

La storia è quella di Roy, impenitente rapinatore che appena uscito di prigione accetta di fare da mentore a un duo di criminali senza esperienza. Ma il colpo non andrà come previsto e sarà complicato dalla presenza di 2 donne: Marie, in cerca di redenzione, e Velma, giovane disabile di cui Roy s’innamora cercando di pagargli un’operazione chirurgica. Violenza e buoni sentimenti, duri dal cuore buono e fato: l’amalgama perfetto del gangster movie nasce da un romanzo di W. R. Burnett e diventa noir nella sceneggiatura dello stesso Burnett e di John Huston (che l’anno prima “inventò” il genere con Il falcone maltese).

E proprio l’incontro tra questi due filoni fondamentali a Hollywood durante la 2^ guerra mondiale genera un film importante: dal punto di vista formale mescola gli interni bui, il senso di pericolo imminente con l’aria aperta, il rifugio agreste e la luce solare, mentre da quello narrativo racconta il senso di smarrimento esistenziale che sta dietro alla figura mitologica del gangster da Nemico pubblico a Piccolo Cesare, la solitudine che porta Roy a cercare una fuga da se stesso e dal suo essere, più che dal Male. Se non l’amore puro di Velma, se non quello pratico di Marie (chi si somiglia si piglia, dicevano le nonne), l’unico luogo che può proteggere Roy dalla propria indole è la morte: e in uno splendido finale – in cui Walsh riflette persino sul nascente ruolo manipolatorio e retorico dei media – l’eremo di Roy diventa fulcro di tensione e paura.

Se si eccettuano tocchi comici invecchiati male, come il “servo” di colore che in italiano parla come Mamie di Via col vento o il ruolo del cane Pardo (che però sarà d’ispirazione a Haznavicious in The Artist), il film ha la naturalezza, la sveltezza di snodi e l’acuta dinamica degli spazi tipica del grande cinema classico e avrà un così forte impatto sul pubblico da lanciare Bogart tra i divi (questo fu il suo ultimo film senza nome in cima ai titoli, secondo dietro Ida Lupino) e da permettere a Walsh di farne un remake western – Gli amanti della città sepolta – anche migliore di questo.

Per chi non lo conoscesse, potete recuperarlo sia da solo sia all’interno di un cofanetto Bogart con varie primizie su Amazon

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Emanuele Rauco
Emanuele Rauco
Nato a Roma il 18 luglio del 1981, si appassiona di cinema dalla tenera età e comincia a scrivere recensioni dall'età di 12 anni. Comincia a collaborare con il giornalino scolastico e, dopo aver frequentato il DAMS di Roma 3, comincia a scrivere per siti internet e testate varie: redattore e poi caporedattore per il sito Cineforme, ora Cinem'art Magazine, e per la rivista Cinem'art, redattore e inviato per RadioCinema. Inoltre scrive per Four Magazine, di cui è caporedattore, e altre testate on line ed è curatore di un programma radiofonico su cinema e musica, Popcorn da Tiffany su Ryar Radio. Collabora per le riviste Il mucchio e The Cinema Show – primo mensile cinematografico per iPad – e per il quotidiano L'opinione. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati su saggi e raccolte critiche, tra cui la collana Bizzarro Magazine di Laboratorio Bizzarro ed è spesso ospite in trasmissioni radiofoniche e televisive come Ma che bella giornata o Square e I cinepatici di Coming Soon Television. Ha un canale di youtube in cui parla di cinema, spettacolo, cultura e comunicazione.

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