Take Shelter di Jeff Nichols

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Mentre Fuori Piove, Dentro C’è una Tempesta Interiore. Parola di Nichols.

Tra il pluri-premiato esordio del 2007, Shotgun Stories, e il recente Mud, selezionato nel concorso dell’ultima edizione del Festival di Cannes, Jeff Nichols ha firmato un’altra piccola perla di cinema indipendente dal titolo Take Shelter, che a un anno circa dalla sua realizzazione approda nelle sale nostrane a partire dal 29 giugno grazie alla Movies Inspired. Anello di congiunzione di questo tris di assoluto valore l’immancabile presenza nel cast di Michael Shannon, questa volta calato nei panni dei protagonista (Curtis LaForche), in un’interpretazione di straordinaria intensità e partecipazione emotiva che va di pari passo con l’altrettanto apprezzabile performance offerta da Jessica Chastain (in un personaggio, quello di Samantha LaForche, che per certi versi ricorda quello ammirato in The Tree of Life di Terrence Malick).

Del resto c’è poco da stupirsi, visto che la componente recitativa nei film del regista americano ha sempre rappresentato un valore aggiunto e Mud, ma ancora di più Shotgun Stories, lo dimostrano. Merito di una scrittura e di una regia che tendono, e ci riescono, a valorizzare lo sviluppo, le dinamiche e la costruzione dei personaggi, ma soprattutto la loro resa sul grande schermo. In tal senso, Take Shelter ne esalta e ne sfrutta in tutto e per tutto le potenzialità intrinseche, tanto dal punto di vista interpretativo quanto da quello empatico (l’apice si materializza in scene come quella del banchetto di beneficenza e del bunker durante la tempesta). Il risultato è una macchina da presa al servizio della storia e in primis dei volti e dei corpi che la animano al suo cospetto, mai invasiva e attenta alle piccole grandi sfumature messe a disposizione dai bravissimi attori in quadro (segnaliamo anche Shea Whigham e Tova Stewart, rispettivamente Dewart e Hannah LaForche), ma per questo non estranea a esemplari e pregevoli guizzi tecnico-stilistici.

Il plot dell’opera seconda di Nichols, presentata con successo nel 2011 al festival di Toronto e al Sundance, vincitrice nello stesso anno a Cannes del Gran Premio della Settimana Internazionale della Critica, del Premio SACD e del Premio Fipresci, ci trascina letteralmente nella vita di Curtis LaForche, un uomo tranquillo che vive in una piccola cittadina dell’Ohio, assieme alla moglie Samantha e alla figlia Hannah, sorda dalla nascita. La famiglia LaForche conduce una vita modesta, Curtis è operaio mentre Samantha è casalinga e sarta part-time, ma il denaro per le spese quotidiane e l’assistenza sanitaria di Hannah non basta mai, ciò nonostante sono una famiglia felice. Un giorno Curtis inizia ad avere delle terribili visioni su violente tempeste, che decide di tenere per se. Ma con l’aumentare delle visioni, l’uomo inizia a comportarsi in modo ossessivo, arrivando a costruire un rifugio nel cortile per proteggere la sua famiglia dalle minacciose tempeste. Il comportamento apparentemente inspiegabile di Curtis genera tensioni nel suo matrimonio e conflitti con gli altri abitanti della comunità.

È facile intuire sin dalla sinossi la commistione tra generi, amalgamati dal regista e sceneggiatore statunitense attraverso un lavoro in fase di scrittura e di messa in quadro su due piani spazio-temporali, quello onirico da una parte e quello cosciente dall’altro. I due piani viaggiano parallelamente per poi intersecarsi in maniera impeccabile quando entrano in collisione tra loro e gli incubi del protagonista, una volta implosi interiormente, si dipanano all’esterno (da ricordare assolutamente la prima visione della tempesta con gocce di petrolio e l’aggressione del cane nei confronti di Curtis oppure la lievitazione dei mobili del soggiorno). Ciò è reso possibile da una dilatazione dei tempi e l’esasperazione dei momenti morti, che invece di rallentare esasperano la messa in scena spingendo lo spettatore in un’atmosfera ansiogena, quest’ultima resa anche attraverso lo spostamento continuo dei personaggi da grandi spazzi (i cantieri a cielo aperto e le distese isolate dell’Ohio) ed ambienti soffocanti e claustrali (la casa e il bunker).

Il dramma familiare si lascia così contaminare dalla fantascienza minimalista, quella che mediante minacce di possibili scenari apocalittici riesce a far trasudare dallo schermo lampi orrorifici, paure ataviche, ossessioni e fobie. Nichols è bravissimo a dare vita a questo equilibrio instabile, tenendo l’intera operazione eternamente in bilico tra ciò che potrebbe succedere (una tempesta che potrebbe spazzare via tutto e tutti) e la possibile follia che sta divorando dall’interno un uomo, a sua volta vittima del presente e delle difficoltà legate ad esso (la crisi economica, l’assicurazione e la mancanza di denaro, la malattia della figlia). Di conseguenza il sogno non rimane tale, ma si tramuta in un esperienza per chi la vive dentro e fuori dallo schermo.

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