Marilyn di Simon Curtis

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Il Mito di Marilyn Rivive a 50 Anni dalla Scomparsa nel Film di Curtis

Il cinema è una fabbrica di sogni. Seduti al buio di fronte allo schermo possiamo credere a qualunque cosa. Possiamo volare sull’isola di Peter Pan, assistere ad una Guerra Mondiale dalla soggettiva di un cavallo, tornare indietro nel tempo e vivere una, cento, mille vite attraverso l’occhio della telecamera, attraverso occhi di cui mai, altrimenti, avremmo potuto immaginare lo sguardo. In Marilyn è esattamente quest’ultimo incantesimo a prendere forma. La fotografia si fa desaturata, i costumi, perfetti, ci riportano negli anni Cinquanta, le ambientazioni, realistiche, restituiscono al dietro le quinte del cinema quell’aurea di purezza ormai quasi del tutto smarrita. Gli occhi in questione possono allora essere quelli del giovane Colin Clark, terzo aiuto regista, e l’oggetto delle loro premurose e instancabili attenzioni la diva Marylin Monroe. L’anno è quello de Il principe e la ballerina; la sensuale diva, sposa già in crisi di Arthur Miller, è a Londra per girare al fianco del grande Laurence Olivier, mostro sacro della recitazione teatrale, e il mondo è un posto in cui crescere poteva ancora significare dar vita ai propri sogni. Cullata da queste soavi premesse la pellicola di Simon Curtis danza soave e leggera come fece all’epoca la sua protagonista la cui grazia dietro la macchina da presa andava ben oltre le indicazioni di Paula Strasberg, maestra di un metodo che l’ha resa schiava e, probabilmente, infelice. Gli attori danno prova che una recitazione diversa è ancora possibile. Non è solo la Williams ad essere folgorante. La sua Marilyn colpisce per la somiglianza fisica, per l’incredibile lavoro fatto sul timbro di voce e sui movimenti, ma non ne fa l’unica star del film. Oggi come all’epoca a contenderle la scena c’è un valido comprimario come Kenneth Branagh, un Olivier divorato dalle sue frustrazioni, a cui si aggiunge un cast di volti perfettamente in parte, più che credibile, decisamente realistico. Sventato il rischio di ottenere un effetto posticcio, da museo delle cere, però, il film purtroppo non osa, non spinge il suo sguardo oltre la serratura da cui sta guardando, forse per timore di cadere nel banale, di rovistare in cassetti di cui tutti, o quasi, si sentono in grado di poter elencare il contenuto senza tuttavia averlo mai toccato con mano. Il tono, probabilmente definibile televisivo, è allora quello delle favole di un tempo, sommesso e un po’ amaro, lontano e mai troppo nostalgico, coinvolgente e toccante nel riportare in vita una figura la cui ambigua fragilità rimane ancora un mistero. Il fascino, quello vero, però è un’altra cosa.

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