Cantico di Pietra – Primo Fuoco

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Cantico di Pietra – Primo Fuoco

Cantico di Pietra – Primo Fuoco

La colonna avanzava lentamente attraverso la grandine cinerea, fendendo la foschia con una quiete metodica, nervosa; i massicci e glabri mezzi erano costretti ad un’andatura snervante, quasi la natura, morente, avesse voluto attuare un’estrema rivalsa sui primi umani, subumani e ultraumani che si fosse trovata innanzi. Il Secondo Wolfmann, seppur abituato dall’infanzia alla pura, sana vita di ventura, accusava tutto il peso del limo che qualcuno s’ostinava a chiamare neve, filtrato tra i 13 strati della tenuta senza più volerli lasciare; ogni movimento era una spina di gelo tra le ossa che avevano pazientemente preso il posto della carne, cosicché s’era imposto di muoversi il meno ed il peggio possibile. L’unico risultato fu sentirsi tremendamente simile al goffo bipede che gli era stato assegnato, una carcassa tanto arrugginita da non poter capire di quale tinta originariamente fosse. Si grattò il cranio brizzolato, cercando di individuare nella bruma possibili fianchi scoperti del convoglio. I rosa dalla loro avevano il numero, il buon umore e l’ignoranza, ma quanto a precisione e rigore sarebbe stato meglio mandare conigli ciechi imbottiti di plastico; come se già non bastassero la fame, il freddo e i tecnocrati.

Dai carri giungevano i cori degli Arditi di leva, patetici e fieri per le prime tappe, sfrenati e atroci per le intermedie, noiosi  e sfoltiti per quelle finali. Ormai per lui era routine, paragonabile alla corsa delle stagioni quando ancora potevi avvertirla.

-Anche Bratislava? Non dire idiozie…-

-Perché un buco ti ha sputato lì credi sia benedetta dall’alto?-

-Smettetela…sappiamo tutti che è solo questione di tempo…-

-Pure Nagoya…-

-Da un mese a quanto ne so…-

-Mi chiedo che differenza faccia…-

-Sapere che almeno qualcosa riesca a salvarsi, a mantenere il proprio colore…beh, psicologicamente aiuta…-

-Ma se siamo qui unicamente per qualche giorno o settimana in più dove di verde, rosso, blu…persino nero…ce n’è in abbondanza…è ipocrita attaccarsi così…meglio, poco realista…-

-E’ qualcosa di momentaneo…prima o poi…-

-Appena troveranno il modo di autoalimentarla, tranquillo che emigreremo in massa in quella bella e perfetta realtà…di qui non si ricorderà più nessuno…e me ne frego dei rischi, niente in confronto a ciò che affrontiamo adesso…-

“Voi non avete ancora affrontato niente…neppure la vostra immaginazione potrà prepararvi, neppure l’allenamento che riservano a noi può”. Il Felea fermò il macchinario, diede una rapida scorsa ai rapporti degli esploratori e si preparò ad una cernita accurata: tra tutte, la squadra Hammer spiccava; non che fosse molto diversa dalle altre, eppure vantava un capitano uscito da abbastanza battaglie, il numero sufficiente e con la freddezza necessaria per meritarsi una qualche fiducia. E di meglio non aveva, comunque. Controcorrente risalì la brigata in movimento fino al tozzo carro, stemmato con un martello nero pece in campo bianco, bianco irrimediabilmente sporco.

-Capitano Alaya.-

-Ai suoi comandi, Secondo.-

-Un agglomerato a 100 miglia da qui-

Sui monitor delle celate apparvero, silenti, le coordinate.

-E’ vostro…-

Il bel viso si contrasse impercettibilmente -Non c’è molto…-

-No, abbiamo incontrato interferenze…-

-Tempistica?-

-Partirete per la prossima sirena…avete 5 ore per concludere l’ispezione…preparatevi.-

Il terzo Alaya era eccitata e corrosa come un civile umano allo spaccio quotidiano. Tra stasi e azione non aveva ancora eletto la preferita, a differenza dei petulanti cadetti che si era portata dietro: l’ennesimo nuovo, fresco e ingenuo raccolto. Ma in realtà lei la stasi non sapeva proprio cosa fosse, tanto meno la parola l’attraeva in qualche modo.

-Una città fantasma…-

-…ci fossero ancora città che muoiano o vivano una volta per tutte…-

-Generazione del limbo…così verremo ricordati…sempre se ci sarà ancora qualcuno che potrà ricor…-

-3,4,5, tacete…- la Felea si pose loro davanti, caricando il fucile in atto di sfida e non meno di fretta, -…percorrete la parallela rossa, condotta Menfi…6,7, fuoco di copertura dall’edificio arancio, apertura segnata in giallo, disposizione Alpha…il resto con me, voglio un presidio davanti al municipio prima che cali la notte. Ora!-

Seduta di fronte ai cadaverici bagliori degli scheletri di cemento, la razione scivolò troppo veloce nello stomaco bistrattato; un brontolio si levò, in perfetta sincronia con il povero e malconcio contorno…non mangiava altro da settimane, probabilmente mesi; eppure, o forse proprio per questo, era tornata possente e squadrata come nei ritratti dei primi approdi…molte cose in quel mondo si lasciavano scorrere, racchiuse in una decadenza ormai volto del creato…irrecuperabile, insindacabile…solo prenderne atto, solo adeguarsi.

Lei in fondo era lì per ciò: la sua razza era nata per far fronte alla guerra, col tempo distaccandosi fortemente dal ceppo umano, il ceppo originario. Sebbene non fosse una vera novità, anzi ordini monastici votati al pacifismo più ributtante già avevano attuato progetti simili, i grandi decisero di convogliare i folli, i violenti, le mine vaganti nell’ordine, nell’esercito, nell’artiglio della società, e in maniera molto più convinta di una banale polizia. Incanalavano la rabbia, la sovversione, la devianza in maniera produttiva. Li avevano addestrati da piccoli ad amare quello stare male e stare in odio, e lentamente ne era uscito fuori un umanoide sottile, agile, dalla carnagione pallida e i lineamenti ferini, spesso fin troppo splendidi per gli inferiori. Il disprezzo era in loro connaturato, il domani entrava a stento, solo la violenza e la distruzione tenevano un certo senso. Lo schifo che aveva la avvicinava ad un nichilismo assoluto, ed era solo il gusto di cacciare, di assecondare la sua perfetta indole bellica a farla andare avanti. Tutti le posizioni di potere militare le ricoprivano loro; non avevano abbastanza lungimiranza, voglia e bassezza per interessarsi alla politica, neanche sapevano chi o cosa li governasse. Tanto non avrebbe fatto alcuna differenza.

2 si sedette rumorosamente, fatto insolito per uno come lui; era uno dei pochi rosa che lei potesse sopportare.

-Non siamo soli, signore.-

-No, e non rimane molto…non voglio attendere, ci costasse anche l’intera squadra.-

In un’ora scarsa pulirono il perimetro limitrofo: trappole, cimici, olocamere, cianfrusaglie obsolete e scatolame scaduto; un’operazione che avrebbe richiesto il triplo del tempo secondo le procedure, ma non potevano permetterselo; e per Alaya le vite dei sottoposti stavano ad un grado infimo delle priorità; per fortuna in quelli come lei l’empatia non rappresentava un gran peso, mancando del tutto.

Persero 5 e 6, ma l’avvicinamento riuscì…rumorosamente, ma riuscì…il livello si prestava ad alzarsi, e non poco; almeno il numero sembrava ridotto, scarsamente equipaggiato, e apparentemente indeciso.

-Non così indeciso…hanno isolato gl’edifici circostanti, accerchiarli richiederebbe troppo…ci lasciano un’unica linea d’attacco.-

-Che suggerisci?-

-Per evitare che bombardino il convoglio, non abbiamo scelta…fumogeni e tentare l’assalto.-

-No…anche se non avessero visori, sono qui da molto…il controllo dell’area è fuori discussione…e davanti, è certo che porte e finestre siano sbarrate…e non esisterebbe modo di ripiegar…no, l’unica è quella grondaia di scarico, tra le colonne del lato destro…-

-Scalarla?-

-Per la maggior parte è coperta da un cono d’ombra, e le fessure oltre il quarto piano sono libere, basta arrivarci…un buon fuoco di copertura e qualche cadavere d’effetto, e potrebbe funzionare…-

-Chi?-

-Io…e sola, la struttura non reggerebbe…dobbiamo portare a termine, non tentare…sono l’unica abbastanza leggera, e con abbastanza esperienza…-

-E’ anche quella che, in caso di fallimento, pagherebbe di più.-

-Sarò morta, Pavio…la gloria è un screzio da vivi.-

-Una scusa da vivi, signore…e di famiglie, se posso permettermi, noi ne abbiamo entrambi.-

-Non aspettano il mio ritorno, al contrario dei tuoi…la tua gente è fatta anche per altre cose, oltre la guerra…la mia no…-

Al segnale, i flash innalzarono nel mare di nebbia un corridoio sfumato; la sinuosa massa non tradì un suono, neppure salendo sull’arrugginito lasciato da chissà chi, chissà a quanta distanza dai suoi pensieri, ora abbandonati sul nascere mentre fatalità e bivi infuriavano accanto, ovattati da finte neutralità e artificiali silenzi.

Ruzzolò senza grazia tra i vetri spuntanti in un corridoio giallo, un giallo spento solo come l’abbandono può tingere.

Fuori il diversivo sembrava funzionare.

Si guardò attorno; un vecchio insignificante condominio, una patetica immensa storia per ogni zerbino impolverato; razza perdente. Il piano aveva unicamente una porta integra; puzzava d’apnea.

Poggiò l’orecchio ai lati, e ascoltò il calore nascosto, in attesa. Erano due.

Si lanciò, e roteò il corpo solo un istante prima dell’impatto. Il legno marcio si sfaldò alla stregua di burro, o almeno di come gliene avevano parlato, e lei si trovò a scivolare sull’anta, con tutto il tempo di prendere la mira; la prima coppia di proiettili s’immolò all’interno dei due armati in agguato, inchiodandoli allo stipite. Ma non era stata abbastanza accurata nella conta; uno sfarfallio balenò ai margini alti del campo visivo, un manrovescio su cui poteva ammirare gran parte della sua stremata e stentata esistenza; d’istinto meccanico si gettò dietro ad una panca, caricando completamente le ginocchia; spinse, ed il mobile saettò. Il terzo ne venne sbilanciato fortemente in avanti: era ancora un’ombra, una bestia che lottava con la forza della disperazione essendo l’ultima della propria specie. Dandosi la spinta sulla parete, fece partire un gancio per accogliere la mandibola in caduta libera, ma questa deviò a un istante dall’impatto; con sorprendente agilità, l’altro ruzzolò a distanza di sicurezza non prima d’averle tolto la pistola con un calcio di rimando.

Presero a duellare pari.

Eppure, non c’era alcuna possibilità: un tecnocrate e, anche se malfermo e ferito, questo spiegava tutto: le interferenze, i ritardi, le morti…poteva pure affondare ogni colpo, strappargli i tendini primari, ma isolata rimaneva unicamente vendersi a caro prezzo…morire e gloria, fallimento e vita: bastarda bizzarra discordanza, chissà se la terra avesse sempre girato in quel senso inverso, rise nell’acro odore rosso che si diffondeva in bocca; non sapendo se gustarsi una fine simile, una fine qualunque basta che sia una, o temere…ma doveva pensarci troppo, la paura una sensazione del tutto popolare, vile e infima per lei. Il peccato artificiale da cui, per genesi, era stata automaticamente assolta.

-Hanno mandato i mostriciattoli, finalmente…-esordì la neutra voce dell’essere, rifilandoli due velocissimi calci circolari che quasi le spaccarono la tibia;-una distrazione dopo tutta questi pupazzetti…spero mi farai almeno divertire, prima che ti rompa.-

Lei alzò il ginocchio fintando un affondo, poi con un veloce gioco di mani entrò nella sua guardia; assecondò il montante di risposta e gli roteò attorno, assestando di traverso un pugno alla base del collo metallico, innervato di fili.

-Dovrai impegnarti di più, Felea…non sei neanche capace di compiere ciò per cui sei stata creata…è così triste…-, roteò somministrandole due gomitate di striscio sull’addome, quanto bastava per farla arretrare scompostamente e con la vista annebbiata dal dolore; -…sai, il fatto che siate così legati alla violenza…lottate per la pace ma in essa voi non troverete mai alcuna felicità…non siete la vera risposta; inconsciamente voi perpetuate quest’orrore, questo caos, perché è il solo domani che riuscite a contemplare…-

Lentamente e a braccia disimpegnante, in segno di scherno, iniziò ad avvicinarsi; -…sarò felice, nel mio piccolo, di accontentarti…-

Quando il bagliore apparve, aveva diverse costole rotte e i polmoni che a stento digerivano l’aria; richiamando le ultime energie, quelle che si presentano quando c’è solo l’adesso, si gettò su di lui a peso morto; i puntuali pugni di sbarramento le regalarono sensazioni nuove e terrificanti, quasi l’anima le venisse strappata dal corpo, ma riuscì a cingerlo dove lei voleva, e intimò ai piedi di divenire cemento; il colpo entrò con un dolcissimo sibilo e il sottile rumore di crepa del vetro. Lei vide per un istante una canna nera che si abbassava e un pollice alzato, poi le due figure crollarono, come una sola.

I contorni iniziarono ad imprimersi; infine, s’adagiarono le etichette.

-7, te la sei presa comoda…-

-Signore, la fretta è la bestemmia del cecchino devoto…e poi vederla incassare così…uno spettacolo imperdibile, non crede?-

-Sì, soprattutto dalla prima fila…- tentò, fallendo in una smorfia, un’espressione bieca -…il convoglio?-

-Quasi illeso…- le sorrise, mostrando i denti quasi trasparenti tipici dei Felea, -…sembra che alla squadra frutterà un minimo di riposo la sua epica scalata…-

-Epica…riposo?- si rizzò sui gomiti, e stavolta il volto si conformò al suo desiderio; guardò truce quel giovane, un acquisto recente da svezzare, e la sua estraniata aria sbarazzina: un tratto rarissimo in quei tempi, soprattutto tra chi sopravviveva; -ti sei mai chiesto, 7, perché combattiamo così?-

Lui ammutolì; -che intende, signore?-

-Pieni di arnesi ed endorfine, e allo stesso tempo pompati, istruiti ad agire fisicamente…stringendo, straziando…sentendo tutto il dolore, nostro e del nemico, possibile?-

-No…non l’ho mai vista in questo modo, signore.-

-Sei giovane…e innamorato di quella frigida canna asessuata…ma ti chiarirò subito le cose: siamo all’inferno qui, eppure alla mercé di un’infinita di sensazioni, emozioni, paure, vite che un giorno abbiamo dimenticato, perso, rinnegato…non sappiamo decidere tra il passato automatizzato e glaciale che ha reso la nostra casa una fiamma rovente, e la chiamata a un futuro oscuro…primordiale…pulsante…siamo una contraddizione…una maledetta contraddizione…bombe destinate ad esplodere, la soluzione che non accetta d’essere la propria risposta…un vicolo cieco…non esistono riposo e quiete, per noi…non esiste una casa, solo quelle che profaniamo…ma ci sarà il momento in cui saremo antiquati, pesanti…in cui ci imporranno di fermarci…di evolverci…-

-E lei, signore, cosa pensa diverremo?-

-Credi ci sia permesso “diventare”?- i tratti di Alaya persero la propria durezza, -…noi siamo già…necessari e inutili…una ferita che non può sanguinare; per questo brucia, brucia finché la pelle e le emozioni diventano tizzoni su baratri di pura fuliggine…e così che si consuma lo spirito, 7, così…-

-Noi siamo nati senza- sussurrò.

-Cosa, ragazzo?-

-Niente signore, ripetevo le sue sagge parole…ora si riposi…per Tienne, avremo bisogno di lei-

 

ARTICOLAZIONI:

Film: Equilibrium

Musica: Emerald Sword-Rhapsody of Fire

Videogioco: Omikron

Libro: The Road-Cormac McCarthy

 

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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