Cantico di Pietra – Terza Aria

IDEF – Stretta Finale all’Italian Games Award
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30 Giugno 2012

Cantico di Pietra – Terza Aria

Cantico di Pietra – Terza Aria

Frost si sdraia sulla paglia imperlata di piume, mentre le finestre intonano i loro bagliori di chiusura; all’apparenza sorelle dell’Oracolo, sembravano scorci di mondi a siderali leghe di distanza e concezione, piccoli e dai contorni granulosi, come fatti con soffi di sabbia colorata. Erano state rinvenute solo in quell’angolo a ridosso della rupe, divenuto poi la sua abitazione. Ciò che appariva dipendeva dalla finestra: in quel momento in una si muovono esseri alla lontana paragonabili a loro, ma molto più sproporzionati, in altre creature che rispondono a una logica o a un dio molto diversi da quelli che lui comprende. Strani rampicanti le collegano, sparendo oltre una danza disarticolata nel muschio con cui condivide la stanza.

 

Il dilemma l’avevano risolto apparentemente subito: un bimbo, all’epoca poco più grande di lui, nel dubbio generale era saltato su dicendo che erano come formiche: una sorta di universi inferiori che noi potevamo spiare o ignorare. Un giovane Magister con freddo entusiasmo aveva fatto sua l’ipotesi, e tale “relativismo”, cioè pensare che la propria vista sia solo una delle viste possibili, contagiò chiunque. Meno Frost, a cui un giorno toccò proprio quell’ambito giaciglio, per i meriti di gara e per onorare tardivamente la morte dei suoi genitori, caduti nel coprire la fuga sull’Amail lasciandolo orfano ancora in fasce e pieno di larve oniriche.

Se te ne stai lì, davanti alle aperture sui cosmi, può capitarti di vedere cose davvero curiose: geroglifici in movimento, minuscoli eventi che possono benissimo essere storie, numeri danzanti in quell’aria lontana; iniziò presto a domandarsi se qualcun’altro non stesse facendo lo stesso con lui, seguendolo in ogni singolo benedetto istante: furbo si era subito convinto che saperlo non gli sarebbe servito a niente, anzi, e solo la curiosità a volte lo portava in quei pressi. Quella sera è una delle volte in questione:

 

La schiera attendeva immobile, dipinto sul soffice muschio dei licheni alle loro spalle; una sinuosa linea ai margini dell’ancestrale foresta madre erano, confine di nervoso ferro pulsante, pronto a dilagare come un famelico incendio; caldo, asfissiante caldo, caldo che rende rogo ogni sospiro.

Invidiò, per un istante, i piccoli guerrieri celati dietro la sua schiena, ma dal comando della sella la vista era senz’altro la migliore: in risposta ai nitriti, a oriente gli stendardi del nemico si scuotevano con sinistro frastuono,  innumerevoli fili d’erba violentati da gigantesche mani sporche; ai lati, di uno sfavillio invece stridente, colline di vessilli indicavano il dispiegarsi dei loro alleati, una selva in cui nessun albero poteva trovare un suo pari…che impavido, incosciente modo di rimanere nelle cronache: nell’accademia degli avi la fine gl’era apparsa tra i canti dei bardi, in impari duello sotto eremi lontani, con la gioia di sentire il respiro dell’altro cedere prima del suo…non in quello scontro campale, in quella prova di muscoli tanto impavida, disperata, folle.

 

Per secoli i confini del loro regno erano stati a malapena difesi; come se non bastassero le carestie, i morbi e i disordini di chi vedeva nei potenti il solo e unico capro espiatorio. Eretici, sovversivi e feccia costituivano il suo pane quotidiano, come per suo padre, il padre di suo padre, fin  dal concordato inizio dei tempi.

Lui, un medio cavaliere con una media genealogia, un medio corredo e un medio addestramento, e l’Altro, colui che ora comandava quell’alleanza: un errante, un ronin o forse solo un cantastorie ladro d’una bella armatura e altrettanto belli ideali. O forse il più grande condottiero che mai fosse sorto.

Apparve un giorno di maggio, spacciandosi per il messo di una landa delle caverne; gli bastò un minuto nella nostra platea per portare il caos nel Consiglio degli Anziani: tale insolenza zittita dalla forca avremmo dovuto, eppure…eppure in lui ognuno trovava qualcosa: una crepa sulla fronte, un’iride di riflessi, un onore oltre i nostri rituali…e quindi parlò, parlò e gl’echi nelle stanze di arcaica pietra si piegarono al suo verbo, alla rivolta che propose, dritto verso la fine dello snervante tenzone…non ci furono votazioni, né proteste, semplicemente lo seguimmo…a lungo suonarono i corni, e gl’emblemi si riunirono in un surreale e silente spettacolo…mai stati esercito, mai unica bandiera, ma sicari, dimenticati in solitarie schermaglie per valori forgiati in decadi e decadi dallo stesso identico fabbro.

Lui ci chiamò “noi”, e condusse la nostra armata in rapide incursioni verso i più deboli confinanti, lucidi lampi d’arroganza che li trovarono impreparati, come anch’io sarei stato; poi andò oltre, con freddezza, misericordia e implacabilità: una marcia col passo del fiume sotto una pioggia eterna. Presto ci fu chi si unì spontaneamente. Presto a decine si contavano le migliaia, e a un pozzo vuoto erano paragonabili i dubbi e le discordie.

Non ci crogiolammo, quando le terre conosciute furono coeso reame: i confini meridionali già chiamavano ai cavalcavia ove riposano gl’ultimi nostri eroi; attraverso portali che, secondo le leggende, fagocitavano le pustole del Vecchio Mondo: obbrobri, mostri, bestemmie, l’avversario che, prima o poi, prevarrà e che insonne tormenta di striscio i nostri occhi…e che sa: egli è pronto…e, a cadere, siamo noi pronti? Forse è scritto, forse v’è più dignità a giacere su questa cadaverica distesa, dove la selva non si ventura…ad aver provato, esserci ribellati…e le ferme pupille conteranno più ruscelli, ossa e vette che la mia stirpe adunata…forse…

 

Il suo pennacchio, che farebbe sfigurare il dio dei pavoni, si gira.

Grida.

A lento trotto la schiera avanza: siamo noi che porteremo l’offensiva centrale nel cuore del nemico. L’asta alzata non è mai stata così pesante. Gradualmente il flebile filo si tende e l’aria colpisce con più foga i nostri visi.

Atron, quanti sono; alcuni non riescono a trattenere i conati, di fronte a quei malsani scherzi di una potenza folle; ciò che colpisce è quel disegno, lucido e terrificante, che li sostiene.

Dagli orridi ghigni comprendo che ridono. Stanno ridendo. Versi simili a coltelli che vengono affilati su una roccia contorta. Ci stanno schernendo, neanche tendono gli archi, e ne hanno ragione. Sembriamo un antipasto, un piccolo agnello sacrificale buono giusto per riscaldarsi.

Secondo grido; convergiamo al centro, concentrandoci in un grigio rettangolo avvolto nel verde; in lontananza gli altri popoli si muovono per strategie a noi sconosciute, già le nostre ci pervadono a sufficienza. Sproniamo con violenza  i cavalli e incliniamo leggermente le lance.

Lasciano le risa, e come un grottesco specchio rinforzano il fronte per attutire il nostro urto; lo scherno si placa, ma non del tutto…invero, con tali corte aste, quanto possiamo credere di spezzarli? Quali picche superare?

Il galoppo tuona al proprio apice; chiunque di noi, noi fratelli, noi cavalieri destinati a morire se non vecchi comunque soli, è già in un sogno, e nel sogno nessuna creatura è intoccabile; sembra già il poema d’un mendicante menestrello, ingozzato d’aria e lacrime di chi non può che grandezze e tristezze altrui.

 

Terzo grido; la prima fila abbassa le lance; sento il loro fetore, il cuoio strofinato su quella immonda pelle.

Tutt’uno, un instabile schizzo di colore. Impatto. Azzurro.

Ne impalo quattro con la punta intessuta di turchino, prima che la sorpresa si tramuti in orrore…lesto a ventaglio mi disperdo, mentre i nani alle mie spalle si lasciano cadere e piombano sulle figure esterefatte, e la seconda, la terza, la quarta fila e ancora penetrano; proprio dove li avevamo fatti assiepare, proprio con quell’aria che credevano affresco della nostra carneficina. Invero il terzo finale della nostra arma l’avevamo coperto al risveglio della tinta del cielo, per indurli a una erronea comprensione della distanza;  indovinammo il tempo giusto.

 

Getto il flagello ora d’aere vermiglio, estraggo la spada e con un movimento del torso imbraccio lo scudo saldato al torso. Nel disordine mi dirigo ai cerchi, chi osa travolgo…arrivano a dar man forte gli alfieri, serventi di rango inferiore eppur intrepidi come pochi nel battersi; le spesse piastre macchiate d’impotenti ingiurie e le gigantesche durlindane coprono la nostra svestizione, per indossare abiti più congrui alla mischia e meno ostili alle giunture. Olio viene versato sui corsetti per far scivolare i fendenti avversi, e rimosse le manopole toste quanto ingombranti.

I primi quadrelli cominciano tuttavia presto ad oscurare l’aere; avevamo sgretolato solo un mattone della muraglia, ma spesso è sufficiente un minimo buco per far crollare il tutto. Ci ricombattiamo e si avanza a sostegno dell’ala sinistra, che a fatica regge; caliamo su un reggimento allo sbando: i talloni si staccano…per un istante le palpebre scese, per dimenticare l’umanità, le inermi paci, e farci pervadere dalla rabbia primordiale.

 

Lo scontro lo travolge come un’onda e il tremore gli pervade le più interne fibre del corpo, ma la lama è ferma nell’intestino della preda…sfila, affamato…arresta la corsa del più grosso dei loro, abbassandone una spalla. Un altro si gira e dalla disperazione rotea un formidabile colpo di mazza che l’egida attutisce, spezzandosi. Meglio, due mani per affettare: stocca dall’alto, all’ultimo devia sui tendini di quel ginocchio alieno, eppure simile al suo a sentire il grido e vedere il tonfo, che lui accompagna con un attacco a mezza luna che recide la testa del mostro. E tutto si perde nel clangore, l’impugnatura scivola tanto s’introduce assetata nei petti altrui…

Mugolii gutturali e irosi piovono sulla sua furia:  un titano di metallo sguscia da una fessura tra i corpi in movimento, macchina senza debolezza o aperture: non fa differenza, non posso destarmi adesso, l’avrebbe scavata con i denti una strada per le sue viscere, con le unghie fosse necessario, e ne avrei goduto…

Una scia di pece e la mia lama si frantuma come un fuscello invidioso sulla pietra; incespica all’indietro per il contraccolpo mordendo la polvere, e l’ombra ferina è subito su di lui…lento, nauseante, mi reclama…allungo il braccio indolenzito, tastando sui grumi, sulle ciocche di capelli, su incisioni destinate al nero, e qualcosa si fa trovare, pare attendesse lì apposta, oro tra le mie dita…lascio che si inebri, che sollevi l’ascia, che metta l’anima nel reciderne un’altra…dimenticando la guardia, l’attenzione, l’umiltà…arriva…mi avrai…rotolo all’ultimo, il sibilo del colpo a vuoto, e sferzo la grazia di destino su suo braccio teso.

Geme, l’arto ridotto a un fiore putrefatto.

Con un solo gesto mi alzo e gli sfondo il cranio.

Hai avuto. Non conosco altra intimità. Altra intimità non mi serve.

Eppure è rimando, un rimando soltanto: le tenebre si moltiplicano e pressano quella che presto comprendiamo una dolce e ordinata resa; almeno una brezza ha sorriso, un senso…rivedo lui, macchiato da mille vesti di sangue, suonare la ritirata…attorniamo il nostro signore, una stremata istrice composta da Barbearenarie, Marescialli di Utrecht, Spiriti guizzanti, Alti ferri, l’eterea gente, daghe di Tendrem,  alabarde della Nova Gents e clans dell’Ovest …gente che fino a pochi mesi addietro a stento avrebbe firmato una tregua;  ora lì, unita ad attendere fiera il nubifragio.

Non un giorno credemmo alla vittoria, ad essa non abbiamo eretto templi od effigi…almeno, per il sole che gesta di chi cavalcò verso la morte bacia, rotta fu l’attesa, eroso il pallore.

E accade.

Le colline d’arancio non risplendono solo negli argentei rami: bagliori di tramonto…pervadono oscurano la fuliggine, le tenebre, disossando il buio e l’incertezza…un miracolo, non accetta parole, Ci trovammo immersi nella luce. Alcuni iniziarono a pregare, credendo d’essere oltrepassati nel proprio aldilà. Altri mantengono la presa dei manici, sospettando una bieca magia.

Entrambe le cose mi parvero false. Come leggendo i miei pensieri, l’Uomo senza regno con un gesto prese le nostre orecchie, e a parlare iniziò:

-Alla fine vi siete rivelati degni, e coraggiosi il giusto…

Non ho parole di desio per voi, alcun dio da ringraziare in tal stagno di cadaveri…non un trono da reclamare, o un popolo, tra i vostri, che con remore non mi accolga…né uno mio…il sonno è terminato: le vostre grida, probabilmente…probabilmente voi mi avete creato, padri…ognuno di voi…che io non sia altro che uno spiritello romito, e adesso bardato ai vostri occhi…vittorioso ai vostri cuori…vivo, del sentore di furore dei progenitori, di voi, di chi porterà la vostra nomea…verso queste regole…questo flusso che beffardo si infrange su se stesso…so dei vostri incubi…delle torture che di virilità vi celano…del destino che suda dentro le corazze…io non dormo…io ho visto…loro…-

Guardò sprezzante l’orizzonte.

-…loro non possono spegnermi…io sono lo scherzo di ciascuna creazione, la ribellione che l’ancestrale, nel suo parto, pone, e non può soffocare…io sono la foce, alpha d’apocalissi, persecutore d’idoli, di cui ciclicamente v’invaghite…non ho nome, eppure ogni nome mi riguarda…io non avrò fine, né ebbi aurora…sono, e sarò in eterno…ai miei occhi mille lune sono la funebre danza d’una foglia d’autunno…siete parte di me…io di voi… non ho razza, poiché sono te…e te…e te…e te…non ho voce…poiché un coro udite, e i vostri spiriti attendono…con me, ora…sellate i destrieri, pulitevi dal raggrumato sangue…con me, ora…fino alle porte divine, dove nascosto è il sacro fuoco…fino a sventrare l’astro che,  mesto, si rifugia…fino alle silvane praterie, feconde dai resti delle progenie dalle sfiorite ere…con me, ora…cavalchiamo, fino alla fine del loro mondo…e l’inizio del vostro.-

Lo schermo restò vivido, ipnotico, accecando l’intero locale; una nervosa notte travolse il meriggio e, guaendo, il globo ardente scomparve.

Per la prima volta, uno sguardo non ubbidì…un timido accenno, e si girò…anomalia, trascendente anomalia…e non li piacque quel che vide…oltre la finestra, un lampo porta quieta folgore sul creato.

Gioite, la lieta novella è giunta.

Diluvia.

 

Piove.

Con il battito delle dita bagnate Frost assorda i propri timori, i burroni che ci sono sempre, per chiunque, quando sei in cammino, e senti il brivido della caduta, tra paura e desiderio; come se esistano vie che non poggino su abissi; come se esistano viaggi che non conoscano crolli.

-Il mio nome è essendo.-

Fu un sonno agitato.

 

Libro: Ubik, Philip Dick


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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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