Dal Nostro Inviato a Fantasilandia, New York

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Dal Nostro Inviato a Fantasilandia, New York

Un Anno a New York Raccontato dal Nostro Inviato Adriano Ercolani

E’ trascorso un anno dal mio trasferimento a New York.

A me per primo resta difficile crederlo: la percezione del tempo passato è stata così sfuggente da elaborare che alla fine penso di averla inconsciamente accantonata.

Eppure, in questi dodici mesi di cose ne sono successe eccome.

Prima di tutto, il mio lavoro di critico cinematografico – e con esso necessariamente anche quello di autore/giornalista televisivo – è cambiato radicalmente. Il passaggio da collaboratore regolarmente stipendiato presso la sempre amata Coming Soon Television a freelance ha comportato una drastica metamorfosi, che può essere riassunta in un concetto piuttosto semplice: invece di aspettare che le opportunità di lavoro passassero per l’azienda adesso devo quasi sempre tentare di procurarmele. Più che a livello pratico, comunque importante, il cambiamento che più mi ha elettrizzato è stato quello concettuale: per forza di cose ho dovuto (re)imparare ad essere maggiormente ricettivo nei confronti del mondo che mi circonda, pronto a cogliere le occasioni che si presentano, più sfrontato nel proporre il mio lavoro. Certo la maggiore insicurezza economica non è sempre una questione facile da gestire a livello psicologico, ma dall’altra parte della bilancia vanno pesati molti altri fattori che mi fanno esser oggi più che mai sicuro di aver fatto la scelta giusta.

Se vivi a New York (volendo estendere il discorso, se vivi in America) il cinema puoi trovarlo letteralmente ovunque: la possibilità in contrare, discutere e confrontarsi coi maggiori cineasti statunitensi è andata ben oltre la mia più rosea speranza. Senza passare attraverso i canali ufficiali delle distribuzioni cinematografiche e delle interviste stampa legate all’uscita dei vari film sono riuscito a incontrare artisti come Meryl Streep, Oliver Stone, Robert Benton, John Hawkes, Lili Taylor e alcuni altri nomi che per me significano grande cinema, passato e presente. Tenendo d’occhio le iniziative che i vari cineclub, biblioteche, musei e altre istituzioni culturali propongono ai cittadini, si può riuscire a interagire con nomi di questo livello.

Per quanto riguarda il lavoro vero e proprio, la sensazione elettrizzante è quella di essere entrato più o meno ufficialmente a far parte di una gigantesca giostra dove può veramente succedere di tutto: mi sono capitate interviste che difficilmente avrei pensato di poter fare in carriera, in luoghi di grande appeal come Los Angeles, San Francisco, Toronto, Montreal, addirittura le Hawaii. Opportunità di incontri, visite sul set, interviste che vengono organizzate e magari cancellate nel giro di ventiquattr’ore. Se si affronta questo sistema centrifugo e in continuo cambiamento con un minimo di entusiasmo ed elasticità mentale, non ci si può che entusiasmare. Tanto per intenderci, chi avrebbe mai immaginato di intervistare Tim Burton, Denzel Washington o Max von Sydow, oppure ancora passare una giornata intera dentro gli studi della Pixar? Fino a dodici mesi fa non avrei mai creduto fosse possibile. Oggi invece sento che, con la giusta pazienza e lucidità nel perseguire gli obiettivi, prima o poi le chance possono capitare se ci si trova al posto giusto nel momento giusto.

Per far bene il proprio lavoro magari non è necessario amarlo, ma sicuramente non nuoce, giusto? Un anno a New York mi ha riconciliato con una questione fondamentale riguardante il mestiere di critico cinematografico: sono estremamente fortunato a poter fare il mestiere che ho sempre sognato di fare e sono stato lucido nello scegliere luogo in cui ci si deve confrontare ogni momento con gli innumerevoli stimoli che da esso provengono. Il confronto ci porta a conoscere meglio i nostri limiti, e qualche volta a scoprire che non sono poi così impossibili da superare.

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