Paura dei Manetti bros.

Gramellini, Thayil, Celestini per l’ultimo appuntamento di “LETTERATURA”
21 Giugno 2012
Dal Nostro Inviato a Fantasilandia, New York
22 Giugno 2012

Paura dei Manetti bros.

Un Tranquillo Weekend di Paura in 3D per i Manetti Bros.

Prosegue senza soste il viaggio dei Manetti Bros. nel cinema di genere, che dopo il pirotecnico e divertente sci-fi dal titolo L’arrivo di Wang, fa tappa obbligata nell’horror con Paura 3D (il titolo iniziale era L’ombra dell’orco). Nelle sale nostrane a partire dal 15 giugno con Medusa in 220 copie, l’ultima fatica dei fratelli capitolini prende spunto da un fatto di cronaca nera realmente accaduto in Austria e dai drammatici eventi che lo caratterizzarono, ossia quei 3.096 giorni di prigionia e vessazioni inflitte da uno spietato aguzzino a Natascha Kampusch, raccontati da lei nelle pagine di un libro (3096 Tage) che è diventato una sorta di “Bibbia” dalla quale i due registi in collaborazione con Giampiero Rigosi e Michele Cogo hanno attinto a piene mani per la sceneggiatura (possibili riferimenti possono essere rintracciati anche nel caso Fritzl, che riguarda un episodio di cronaca nera avvenuto nella cittadina austriaca di Amstetten dove una donna austriaca, Elisabeth Fritzl, ha vissuto imprigionata per 24 anni in un bunker sotterraneo costruito dal padre, l’ingegnere Josef Fritzl, nella cantina di casa. Durante tutto il periodo della prigionia si sono susseguiti vari abusi sessuali da parte dell’uomo nei confronti della figlia e da questi rapporti incestuosi sono nati sette figli).

Marco, Simone e Ale sono amici da un sacco di tempo, vivono tutti in un quartiere nella periferia di Roma dove non succede mai niente. I ragazzi si ritrovano in mano le chiavi di una bellissima villa fuori città. È la villa del Marchese Lanzi, che sarà via per tutto il fine settimana. Il Marchese è un tipo strano, un ricchissimo collezionista d’auto d’epoca, cliente dell’officina dove lavora Ale. I tre ragazzi non resistono e si tuffano senza limiti nel lusso della villa, ma una sorpresa e un imprevisto trasformeranno in un battito di ciglia la trasferta in un tranquillo weekend di paura.

La sgradevole sorpresa si cela nei sotterranei di una villa, da sempre location privilegiata di moltissimi “giochi al massacro” portati sullo schermo nei decenni dalla cinematografia horror a tutte le altitudini. Un topos che oltre al buio avvolgente e impenetrabile si alimenta della claustrofobia di spazi angusti e soffocanti, a sua volta diventato un elemento ricorrente nella filmografia dei Manetti Bros.: dal castello e gli anfratti periferici di Zora la vampira all’ascensore e agli uffici di Piano 17, passando per il bunker di sicurezza de L’arrivo di Wang. La macchina da presa stereoscopica li percorre in lungo e in largo, dando vita a un “valzer” di personaggi che si dibattono come animali chiusi in gabbia, in un gioco del gatto con il topo che vede le parti invertire i ruoli continuamente. Sta qui la grande efficacia dell’operazione, ossia l’aspetto tecnico che prende senza alcun dubbio il sopravvento sulla scrittura. Lo stile dei Manetti punteggiato da una buona dose di false soggettive e di inquadrature geometriche fuori bolla (chiaro omaggio a Maestri del calibro di Bava e Argento) copre di fatto le pecche dello script, dando a questo la tensione e l’angoscia che la narrazione su carta non riesce altrimenti a sprigionare. L’esempio più lampante sono i quindici fantastici minuti che uniscono la prima discesa nella cantina di uno dei protagonisti al ritorno inatteso del Marchese.

Diversamente sul versante narrativo e drammaturgico i limiti non mancano, sia per quanto riguarda il livello di credibilità dei fatti e soprattutto della messa in scena, entrambe legate all’abituale presenza nei film targati Manetti di un’evidente e pulsante vena di umorismo nero che mette in crisi lo spettatore, costretto a sua volta a decidere se lasciarsi andare oppure no. Ma qui è solo e soltanto una questione di gusti e di punti di vista. Il loro grande pregio è quello di credere in quello che fanno, proseguendo coerentemente sulla strada intrapresa anni fa. Paura 3D, come i titoli precedenti, attinge con fervido acume alla subcultura trash della letteratura a fumetti cui non è estraneo un approccio sociologico al plot (tre ragazzi poveri della periferia romana, la componente rap nella colonna sonora). Ne viene fuori un film sospeso tra incubo e favola, con brevi incursioni nel torture porn e nello splatter vecchia scuola (epilogo nel bosco), animato da diverse stratificazioni chiamate a esplorare i vari aspetti della fragilità mentale, portati sullo schermo attraverso l’identificazione e la caratterizzazione dei e nei singoli personaggi, ognuno a proprio modo riflesso chiaro o distorto di essi.

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