Cantico di Pietra – Seconda Aria

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Cantico di Pietra – Seconda Aria 

Il turno finisce. Un impercettibile gong risuona amplificato dalle fronde, minuscola sutra che a una spia parrebbe solo rumore, il timido bisbiglio di una timida allodola.

La stretta scalinata che collega i presidi al villaggio serpeggia tra gaiser di sempreverde, così arzigogolata e imprevedibile da mimetizzarsi perfettamente all’occhio inesperto; insetto che asseconda il proprio ambiente, illusionista per poter vedere un domani. Attorno i fasci lignei serrano per la maggior parte del corso i fianchi e il sopra, cosicché anche un gruppo numeroso di aggressori sarebbe costretto a procedere lento e in fila indiana, sotto il fuoco incrociato dalle piattaforme invisibili innestate sui rami. E’ l’unica via d’accesso, il resto superfici a strapiombo che neanche il silvano più coraggioso è riuscito a colonizzare.

Ma per Frost si snoda dritta come il filo a riposo di un arco, famigliare tanto il focolare di casa, amata che anche ad occhi chiusi potrebbe percorrerla. E ultimamente in effetti pare li abbia coperti, gli occhi: si è accorto di trovare sempre meno gusto nelle chiacchiere e nella compagnia degli altri. Che non riesce a mettersi nei loro panni; peggio, non gliene potrebbe importare di meno, e questo non è accettabile, non va che faccia così fatica a fare quello che tutti fanno. Ha un debito, un ruolo, è il raggio di una ruota e la ruota deve girare. Non va chiudersi, guardarsi dentro troppo. Non va non sentirsi amato, amato davvero. Tutti amano tutti lì. Chiunque è sacrificabile, e chiunque sarebbe pronto a darsi, per la salvezza del borgo. Amori diversi non esistono. E anche se, non c’è tempo per farli germogliare: l’aria chiede altro, l’ossigeno si deve utilizzare in diverso modo, non saturarsi d’uomo e d’altre sciocchezze.

Ma male ci sta comunque. Dura da diverse rotazioni, ormai.

Colpa di Maya, di quando se ne accorto, accorto davvero di lei; sapere che sta andando incontro per l’ennesima volta a quello sguardo che lui vorrebbe capire, accogliere davvero, ma pure con tutto l’entusiasmo in corpo gli è impossibile farlo. Una lingua sconosciuta, un muro impenetrabile, un bellissimo sogno di cui senti solo il profumo, mentre le mani non toccano nulla.

Probabilmente Maya è speciale. Troppo speciale.

Dopo l’ultimo gradino, di bianco spruzzato d’edera,  l’ampio spiazzo ovale gli si apre davanti; si chiamerebbe piazza, se ci fosse il tempo di non pensare al tempo; il termine più adatto è palestra, visto che i giovani della comunità pedissequamente vi si allenano, in quel momento mimando un video, ovviamente donato dell’oracolo: esseri dal buffo colorito muovono con sorprendente abilità daghe di legno; è roba vecchia, ma la scatoletta ricorda e non perde mai nulla, come avesse uno stomaco infinito. Ma niente è infinito. Niente.

Al centro torreggia un tozzo obelisco d’alabastro alto dieci piedi, che si restringe bruscamente all’estremità raccogliendo buona parte dell’attenzione dei passanti: una costante a cui tuttavia non riesci ad abituarti, simile all’alba, di cui, anche impegnandoti, non puoi togliere la meraviglia, quel formicolio di colore che ti si stampa sul  viso.

Sulla malleabile superficie del totem sono scritte le poche regole di convivenza e le ancora meno relative modifiche, oltre i principali avvenimenti che riguardano il villaggio. C’era da prima del loro arrivo, come da prima la curiosa faccia che lo sovrasta, poetica quanto una testa impalata, sulla punta; a nessuno ha mai dato fastidio, a nessuno è mai venuto in mente di toglierla; a lui sì in verità, ma lui come lui è solo lui, e alcuno è solo uno, e poi dà sempre un ché di caldo osservare l’alto, anche per un motivo talmente macabro. Qualcuno che ti osserva, no? Un guardiano, una presenza superiore che può giudicarti; sarebbe terribile non avere qualcuno che ti dica cosa è bene e cosa è male, essere lasciati a se stessi, a essere il criterio delle proprie azioni; bruttissimo. Questo ruolo ovviamente Frost lo affida ai capi villaggio e al Magister, che di solito non tentennano nel prendere decisioni. Chissà a chi o cosa si affidano loro, ma non è una domanda tanto importante, buona solo a far formicolare la testa. E la sua testa è già parecchio occupata.

Stando sul bordo si dirige verso una tenda ben più piccola delle altre che circondano lo spiazzo; si direbbe tirata su per gioco da bimbi maldestri, con le proprie madri che già chiamano per la cena, se non fosse ormai una tappa obbligata in ogni suo ritorno: il motivo ufficiale è fare rapporto al figlio del Magister, Oristofane, un gracile e curvo ragazzo che parla con le pagine e svogliatamente legge le persone; il vero la sorella, Maya.

Scosta la tenda, respira rumorosamente, troppo rumorosamente almeno quanto troppo lei è speciale, ed entra.

E subito quel sorriso, un intero sfavillante oceano carico di isole e abissi che si infrange sulla scogliera impotente che è lui, il suo di sorriso solo un foro, un niente per far scorrere quell’infinito. Un collo di bottiglia per baciare il mare. Si detesta, uno stagno che si contorce per le dimensioni, l’acqua torbida che si ritrova: immagini che gli servivano, descrivevano bene il suo stato e spesso, quando definisci, stai meglio: fu il saggio a proporgliele dopo che, ovviamente senza far riferimento alla figlia, aveva descritto il suo stato d’animo; il Magister si era rallegrato di tanta, come la chiamava?, introspezione, osservando che era un vero peccato che non avessi più tempo per imparare. Ma io sto bene così, e già così comunque ho diversi pensieri.

Lei, per esempio, una meraviglia troppo grande per i suoi occhi, che si muovono cercando di coprirla e viverla tutta, rimanendo sempre delusi dalla propria insufficienza, piccoli piedi sul dorso di un maestoso massiccio; questi sono gli amori più brutti, quando semplicemente non ti senti all’altezza eppure avverti ogni centimetro di quello che ti stai perdendo.

Ma questo non toglie il suo sorriso, che spunta non dal viso, comunque fine e bellissimo, e neppure dagli occhi, azzurri e sconfinati come la notte se ti sdrai a conoscerla, ma da qualcosa dentro, ancora più bello. Un’altra razza, Frost ha il cuore ma ci vuole pure il cervello, e un cervello all’altezza non esiste nel villaggio. La ragazza passa tutto il tempo nella posizione in cui è ora, anche lei a scavare come il fratello nelle tradizioni e nel vecchiume, disinteressata alle faccende quotidiane, a farsi uno sposo, una famiglia.

Vivono in famiglie molto grandi, lì, perché chiunque fa figli con chiunque; primo perché di figli ce n’è bisogno, secondo perché uno deve seguire l’inclinazione del momento, cosicché quel momento amerà davvero, e negli altri non mentirà alla propria donna, o viceversa al proprio uomo. Poi i pargoli sono figli di tutti e il bene di tutti, e tutti così stanno bene. Certo, è ovvio che un’unica compagna di vita sia un vero e proprio sogno, ma ci sono tantissimi sogni stupendi, tipo saper volare o poter vederlo, questo oceano che è Maya.

Lei è un miraggio. E lo rimarrà. La sua curiosità vaga indistinta sugli oggetti e le persone, e brucia nei suoi sogni, brucia nei grandi canti che insegue; lui deve abituarsi, smetterla di riempire i vuoti tra loro con dipinti migliori della realtà: solo passare, superarla.

E poi forse neanche saprebbe di che parlare con lei; non si intende di ingegneria, matematica, religione e antropologia. Non sa tenere il capo chino su pagine e pagine che lo schermo che scintilla vomita di continuo, tanto meno analizzarle, vederne le regolarità, trarne qualcosa di importante. Ogni indizio è considerato potenzialmente prezioso, anche se raramente si rivela davvero utile. E come scavare nella terra della memoria senza sapere che cerchi, e spesso lavorare di fantasia.

La fantasia è andare oltre ciò che vedi, è seguire molte voci e può rivelarsi ben pericolosa. Tipo da un oggetto quotidiano posso capire la civiltà che lo creò; se c’è scritto sempre una cosa anche in lingue diverse, quella cosa deve avere un senso, giusto o sbagliato che sia, ma sicuro un senso preciso. Per esempio l’incesto, che è riprodursi con gente che ti sta vicina per linea di sangue, viene vietato in tante storie: Oristofane pensa per una questione genetica, cioè dei mattoncini che ci compongono: se nati da parenti, i bimbi avrebbero fondamenta troppo uguali, adatte a solo una stagione, poco flessibili e quindi poco forti; Maya al contrario è convinta sia più una necessità di potere: per differenziare la gerarchia, una sorta di evoluzione naturale in grande. Probabilmente entrambi hanno ragione. Ma anche con l’avere ragione ci vanno cauti, dicono che è sbagliato essere presuntuosi; come convincersi d’essere il guerriero migliore e quindi non allenarsi più, infiacchirsi, dimenticando che lì fuori è pieno di secondi guerrieri migliori.

Frost dice cosa deve dire, niente di rilevante, e si congeda. La seconda tappa è l’oracolo, che domina la cittadina da una rupe che è il braccio levato della montagna, il posto dove qualcuno ha voluto che si trovasse la Scatoletta e la sua monolitica dimora; aspettavano tranquille il suo popolo in fuga, solitarie, un dono piovuto dal cielo da cui persino le erbacce si tenevano alla larga.

La costruzione è un unico cubo largo sei uomini, profondo cinque bimbi e alto tre donne. Dentro consiste in un unico salone, dove al centro appunto domina il Marchingegno. Attorno sobri scranni che avevano ricavato dagli alberi morenti, e alle pareti un altro misterioso lascito: due scaffali pieni di smilze scatolette colorate che, aperte, contenevano piccoli dischi argentei bucati al centro.

Dopo diverse rotazioni avevano compreso, grazie ai consigli della Macchina, che erano contenitori di manoscritti, video, suoni e chissà cos’altro. Come si potesse stipare tutta quella roba in bauli tanto piccoli beh, lui proprio non era riuscito a capirlo; in maniera particolare della musica non si capacitava, almeno fino a quando non fu concesso loro, nell’usuale raccolta di dati, il primo brano, o più precisamente quando capirono che di un brano si trattava, visto che all’inizio l’avevano scambiato per rumore; solo in seguito Maya ne aveva individuato la simmetria. Finora i filmati, al contrario, non tradivano che insignificanti interferenze.

Da questi manufatti guadagnarono soprattutto grazie alle relative copertine, che o descrivevano l’interno, oppure erano promemoria sociali a mo’ del loro obelisco. Erano riproduzioni assai accurate, come gli autori fossero entrati nella testa di un piccolo e ricalcato con grandissima maestria i contorni e i colori. Ne ricavammo molto: i nostri avi ne uscivano alti, slanciati e belli, vestiti in tantissime maniere e non raramente in guerra, ma tuttavia apparentemente felici di farla. Bella società, aveva pensato Frost; se ne stavano sicuri, con quelle pose e quei gesti studiati e plateali, da divinità: dovevano essere esempi da seguire, magari eroi o donne virtuose, forse sapienti che avevano risposto alle grandi domande di cui il vecchio spesso mormorava.

L’effetto senza dubbio era di lampante grazia, chiara superiorità e, in poche parole, molto da apprendere. Solo non comprendevano come potessero stare insieme tante diversità, tipo archi e canne nere che neanche puoi paragonarli, o tuniche scoperte e pesanti insieme; l’Amail non l’avrebbe mai permesso, questo. I tentativi poi di imitare quelli stili di abbigliamento furono fallimentari: si concepì poco, si produsse ancora meno e ci si vergognò in silenzio finché, gradualmente, si uscì dalla sbornia d’antico. Ci si accontentò di un’idea generale, e comunque, tranne tali passi in fosso, la spinta era stata data: la ricerca del passato, sebbene più cauta, proseguì. Divenne man mano gran parte della nostra speranza.

Il Magister non ne era convinto, e con lui Frost, visto che il risultato di simile civiltà era stato una rumorosa caduta d’effetto, ma i saggi non avevano voluto sentir ragioni. Ora stavano cercando di costruire una religione produttiva, una diga e un basilare sistema di punizioni. Di quello avevano fatto a meno per parecchio, ma crescendo in numero e smanie il problema si era pian piano rivelato in tutta la sua gravità.

-E dire che finora la reciprocità aveva funzionato…- lo saluta il suo mentore, mostrando che identici pensieri li tormentavano; il vecchio gli dà le spalle, i pugni appoggiati innanzi la sfavillante Scatoletta in un curva espressione di sfiducia.

-Io faccio a te quello che tu fai a me…non tutti sono saggi come voi, questo dovete ricordarlo…-

-Dimenticarlo mi renderebbe il più stupido tra gli stupidi, nevvero?…essendo tra simili in simile situazione, la cosa regge solo per un minimo…-

Frost prende una delle copertine in mostra, quelle ritenute più controverse: due umanoidi quasi gemelli vi duellavano con ferocia; -si comprendono queste, allora…-

-Sì, si combattono tra uguali perché l’uguaglianza è un concetto relativo, sfuggente…non ti ci puoi affidare per molto…facile cacciare il viso straniero, ma un cuore alieno rappresenta tutt’altra sfida…-

-Signore, non dovete affliggervi oltre il dovuto: la situazione rimane sotto controllo, i confini sono sicuri e i passaggi sgombri…-

-Un controllo che non si mantiene da solo, e passaggi erosi dal tempo se chi osserva deve anche guardarsi le spalle…la tua generazione era calma e candida, non lo stesso si può dire della successiva…-

-Forse perché gli addestriamo meno; oggi ho visto non più della metà dei ragazzi in piazza.-

-Lo so: Oristofane e Maya pretendono allievi…dicono che da soli non possono farcela…-

-Fare cosa? Abbiamo necessità, troppe necessità: non è ancora il momento degli studiosi, ancora non siamo sicuri…la vostra famiglia basta ad illuminarci, e la rabbia spesso cammina con l’ozio; le valvole di sfogo siete stato voi a insegnarmi devono essere disposte con mano ferma e seme fecondo…e lo studio non è assolutamente una valvola di sfogo…e poi Maya…quella radio…insomma, ancora mi domando se…-

-Lasciala ai suoi sogni, amico mio…forse ne verrà del buono.-

-O forse attirerà qualcosa di malvagio…-

Un’occhiata irritata lo travolge, la cosa più vicina a una predica paterna che mai abbia conosciuto; -mi scusi Magister, sono stato…-

-No, non devi…siamo ancora troppo ciechi per capire cosa è colpa e cosa è dono; ora vai a rifocillarti, possiamo filosofeggiare persino sui massimi sistemi, eppure è il tuo Ghion d’acciaio e giada a difendere la nostra realtà.-

-E la vostra guida a muoverlo e indirizzarlo, Magister. Buona nottata.-

Il vecchio annuisce e torna all’Oracolo, che nel frattempo ha ronzato le solite, assillanti e indecifrabili esternazioni; forse perché nella sua natura o forse, intuisce Frost, poiché geloso di quella prolungata assenza d’attenzione. E un dio, di solito, non scende a compromessi, qualsiasi cosa, aberrazioni o bugia esso sia.

ARTICOLAZIONI:

Film: Idiocracy

Libro: Il ciclo delle Fondazioni, Isaac Asimov

Videogioco: Final Fantasy VI

Musica: Lucid Dreams, Franz Ferdinand

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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