(Ri)Scoperte, il Cinema che C’era una Volta: Il vampiro di Carl Theodor Dreyer

Top Ten Videogames AESVI Settimana dal 4 al 6 giugno 2012
18 Giugno 2012
Chinese Room di Diamond a -1 Art Gallery
19 Giugno 2012

(Ri)Scoperte, il Cinema che C’era una Volta: Il vampiro di Carl Theodor Dreyer

La Scoperta del Sonoro che Appanna lo Sguardo nel Celebre Film di Dreyer

Parte oggi una rubrica quindicinale, che si alternerà a Flussi, nella quale andremo a caccia di film del passato, anche remoto, non necessariamente famosi, per capirne la modernità e l’importanza rispetto all’attualità e al cinema contemporaneo. 

Per inaugurare questo nuovo viaggio negli anfratti della storia del cinema, si è scelto un film quanto mai attuale: tra True Blood e Twilight, i vampiri sono uno dei trend del momento a ogni latitudine e su ogni supporto, dal cinema alla tv, dai fumetti alla letteratura e via dicendo. Così saltare a 80 anni fa, a uno dei film che più ha influenzato l’immaginario orrifico è cosa buona giusta. Venuto dopo il Nosferatu di Murnau e quasi in contemporanea col Dracula di Browning, Il vampiro di Dreyer (1932) si segnala più per la definizione delle atmosfere che segneranno l’horror seguente che per la definizione dell’icona del vampiro.

Non a caso, il film non s’ispira al classico romanzo di Bram Stoker quanto al libro di Sheridan Le Fanu sul racconto di Carmilla, il più alto esempio di vampirismo femminile: racconta la storia di Allan Gray di un viaggiatore finito in un lugubre castello in cui, mentre legge un manuale sui vampiri, assiste al caso di una donna nutrita di sangue e morte. L’andamento del racconto, scritto da Dreyer con Christen Jul, è del tutto onirico, giocato per associazioni visive e concettuali, tanto da far pensare a un dramma onirico sulla morte più che a un horror.

L’orrore e la paura sono indotti dal filo narrativo “razionale” del libro ritrovato, che punteggia il film facendo leggere in chiave di suspense ciò che il film invece mette in scena come tragedia familiare (una donna in fin di vita e i suoi servi spaventati) e già qui Dreyer mette in campo un’abilità narrativa fuori del comune; essendo poi il film stato girato muto e poi sonorizzato è incredibile  come il regista danese sia riuscito a sfruttare fino in fondo l’immagine e il sonoro realizzati separatamente. Da una parte, un bianco e nero accecante (di Rudolph Maté, poi regista oltre che favoloso operatore) che dà alle immagini sempre sull’orlo della menzogna, del surrealismo – e infatti abbondano i trucchi, come l’anima che si stacca dal corpo del protagonista -, che svela la consistenza materiale dei luoghi, del sole annebbiato, delle ombre; dall’altro suoni che evocano, che suggeriscono un’atmosfera di morte totale e pure presente davvero solo nella testa del protagonista.

Dove il film si segnala sui coevi è nella capacità visionaria di Dreyer che attraverso l’uso dell’immagine fa le prove generali per parlare di dannazione e resurrezione come nei suoi capolavori Dies Irae e Ordet: il regista sovverte le leggi della logica e della fisica, gioca con la natura chimica delle immagini, regala una straordinaria sequenza in soggettiva da dentro una bara e nel finale sfida un maestro come Griffith sul terreno del montaggio alternato. Meno completo, certo, dei suoi film migliori, è altresì una sarabanda piuttosto spericolata lungo le possibilità intimiste dell’orrore e della sperimentazione visiva. Cose che si dice finirono col muto. Ma evidentemente non è vero.

Tra le molte versioni in circolazioni consigliamo quella doppia della Criterion, acquistabile da Amazon.

Comments on Facebook
Emanuele Rauco
Emanuele Rauco
Nato a Roma il 18 luglio del 1981, si appassiona di cinema dalla tenera età e comincia a scrivere recensioni dall'età di 12 anni. Comincia a collaborare con il giornalino scolastico e, dopo aver frequentato il DAMS di Roma 3, comincia a scrivere per siti internet e testate varie: redattore e poi caporedattore per il sito Cineforme, ora Cinem'art Magazine, e per la rivista Cinem'art, redattore e inviato per RadioCinema. Inoltre scrive per Four Magazine, di cui è caporedattore, e altre testate on line ed è curatore di un programma radiofonico su cinema e musica, Popcorn da Tiffany su Ryar Radio. Collabora per le riviste Il mucchio e The Cinema Show – primo mensile cinematografico per iPad – e per il quotidiano L'opinione. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati su saggi e raccolte critiche, tra cui la collana Bizzarro Magazine di Laboratorio Bizzarro ed è spesso ospite in trasmissioni radiofoniche e televisive come Ma che bella giornata o Square e I cinepatici di Coming Soon Television. Ha un canale di youtube in cui parla di cinema, spettacolo, cultura e comunicazione.

Comments are closed.