Cantico di Pietra – Prima Aria

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Inizia oggi su Four Magazine la pubblicazione di un racconto che vogliamo proporvi in maniera innovativa. L’autore è Enrico Gandolfi, un giovane ricercatore molto attento alle evoluzioni della crossmedialità. Proprio attraverso una serie di rimandi a forme testuali diverse, come libri, canzoni e videogiochi, nonché immagini, Enrico ci accompagnerà settimanalmente alla scoperta del “Cantico di Pietra”. Buona lettura a tutti!

Roberto Semprebene

CANTICO DI PIETRA di Enrico Gandolfi

Prima Aria

 

Frost respirò.

Un uomo che davvero avesse il dominio di sé potrebbe evitarlo. Almeno potenzialmente. Uscirsene con un “grazie, ho visto, assaggiato e, mio creatore, ti ho trovato mancante”.

Ma Frost non controlla niente, tanto meno nessuno. Frost è un filo d’erba un po’ troppo cresciuto dentro un prato un po’ troppo allargato.

Nugoli di neve sporca scendono sui terrapieni della fortezza, insudiciando il ciottolato e nauseando gli splendidi pini che, oltre la balconata, proteggono imperscrutabili l’Amail, la vetta maggiore, la loro casa.

Ricoperto da quella lenta pioggia se ne sta lì, a sentire il proprio neutro e regolare respiro. Come qualcosa di estraneo, un imperativo naturale sbattutogli in faccia il primo giorno di luce e pianto. L’inizio è spesso associato al chiarore, ma per chi nasce, che so, nelle velie notturne, il discorso cambia; e ben poche cose in natura si destano all’alba. Ma lo ascolta, provando a meravigliarsi per velocizzare l’ennesima, atona ronda.

Anche loro, del resto, non sono proprio nati da comete raggianti oppure dall’oro; forse una colossale cupola dorata era la civiltà in una delle sue precedenti, innumerevoli fasi, ma parliamo di un tempo lontano, lontanissimo; ora la meridiana tace, è notte, e sono la rovina, le barbarie e la sussistenza a scandire la loro era, cadenzare i loro bisogni, presenziare alle loro fantasie; lui almeno non ha mai sentito altro.

A valle un velo di soffice nebbia copre la terra pezzata d’erba, frumento e carbone, e solo le montagne lo trapassano, aghi aguzzi che si sono portati dietro sporche e innevate matasse di fili. Il loro, di monte, è il più anziano; lo si capisce da come scintilla, bronzo stagionato, al poco sole che ancora bacia il creato. Il resto della catena alpestre sfavilla di verdi e grigi tendenti allo scuro, tanto che neanche la luna riesce a strapparli dall’anonimo sfondo delle tenebre, mentre fissa il vuoto nei turni serali.

Frost si annoia, terribilmente; un lusso, un estremo lusso, degno degli apici di ogni popolo prima della caduta, segno che niente può far loro paura, neanche quella sana santa paura che aiuta la sopravvivenza, e parliamo di un’epoca che di paura ne è intrisa.

Lui questo lo sa; non è molto che si sono riparati su quelle alture; prima erano sotto la bruma che adesso spumeggia come un incorporeo mare sulle radici di pietra. Hanno dovuto ricostruire tutto: strade, acquedotti, abitazioni, vigneti, pozzi e una minima protezione lungo le vie d’accesso. A quella comunque ci pensa soprattutto la gravità, lo stare su e gli altri giù a prender colpi. Ci hanno provato a stanarli, due volte, e se ne sono amaramente pentiti, i bastardi.

La pianura è indiscutibilmente peggio: la valle non concede sconti, magari più campi sì ma non te ne fai molto se vengono regolarmente saccheggiati e bruciati. E poi si devono assoldare mercenari, mercenari su mercenari e trattarli bene e tallonarli meglio, perché quelli hanno solo un dio e una fede, a cui danno di volta in volta nomi diversi: provviste, metallo, moneta che sarebbe una cosa che di per sé non ha alcun valore, ma lo tiene se l’altro ne ha,  fiducia, roba antica e in perenne equilibrio sulla scadenza, e riserve che qualche sapientone definirebbe energetiche.

Qui la vera energia è il sangue, e quello che continua a scorrere, dentro e fuori, ha il marchio dell’uomo.

La pioggia cessa, quasi vergognandosi di se stessa; una graduale carezza di venti muove il pennacchio variopinto che gli abbellisce l’elmo. Il corpetto si limita ad uno stridio e i larghi pantaloni di canapa a gonfiarsi; incrocia le braccia, bardate ma non nelle giunture, al petto, e si fa una sola cosa, un’unica macchia di colore. Loro qui non hanno bisogni di mercenari; che provino a salire, provino a rovinare il loro paradiso; c’è chi rimpiangerà la sorte di Lucifero. Per un attimo lui e i suoi compagni si ergono come statue scolpite a difesa di una piccolo eden, che è il posto perfetto in assoluto: un’immagine ricorrente, che usa per farsi forza, sentirsi utile.

E’ buffo che spesso si diventi uomini molto diversi da quelli che le fiabe ci spingono ad essere. Quando era piccolo le storie con cui si riscaldava al crepuscolo erano piene di giganteschi guerrieri solitari, ognuno seguito da un branco di animali che fedeli lo seguivano; esseri sovraumani, che scandagliavano i valichi con le loro arcaiche armature e i loro sguardi fieri; c’era un che di poetico e bello, in quel modo di farsi a pezzi. C’era un minimo di dignità sotto cui nessuno scendeva mai, e per ogni crimine c’era redenzione o almeno una punizione adeguata. Ma la vita non è una favola. Non c’è niente di sublime in questa guerra. Paghi. Loro arrivano, pattugliano. Se paghi meglio e meglio investi vinci. Se no perdi, perdi tutto. E quando due armate assoldate si fronteggiano, se non c’è qualche rivalità o necessità di promuoversi a livello di immagine, è tutto molto teorico e accennato; nessuno vuole morire per niente. Ma non è molto teorico e accennato quando i vincitori sfruttano il diritto di precedenza sul pubblico sconfitto. Solo chi ha una posizione geografica vantaggiosa può sottrarsi a questo gioco. Forse non all’infinto, ma magari per un po’.

Lui sa, perché il Magister li ha sempre voluti mettere in guardia, prepararli al peggio. Pio buon uomo, il Magister, istruito e capace di trovare le parole giuste. Per Frost lo erano sempre: del resto sono vivi,  convivono con la tensione, quello sì, ma niente di peggio; ciò però non vuol dire che il peggio non sia lì ad aspettare mentre si affila gli artigli.

Lui racconta che un tempo imperi ricoprivano l’intero pianeta, che è un’estensione pazzesca, a fatica immaginabile, eppure questi regni stavano diventando troppo grandi da controllare. Quindi i re, i governanti o i presidenti o come usavano chiamarsi affidarono certi compiti a privati, che è un modo per descrivere gente che fa parte di una comunità ma non totalmente, e che viene pagata per aiutarla come si paga un artigiano per un’opera; cosicché lo stato, che è tipo un villaggio ma molto più grande, perse una delle sue priorità principali: la difesa. E poi piccoli feudi erano funzionali in quei tempi lontani, meglio gestibili. Fu un rendersi conto che l’unità di misura della collettività doveva essere abbassata: tutto si disintegrò, neanche tanto adagio, e il destino non fu più deciso che dalle bande, alcune intere popolazioni, allergiche, cioè ostili fin nel midollo, alla sedentarietà.

Il Magister dice anche che le tecnologie migliori le tengono loro. Dice che è la guerra il motore dell’evoluzione. Che il progresso sta sul ciglio mano per mano con l’ansia da estinzione.

Io non capisco come si possa chiamare questa evoluzione. Evoluzione è qualcosa di meglio, in pratica, come il progresso. E non ci vedo niente di questo. Il Magister certe cose le legge pari pari da una scatola luminosa, un lascito dei tempi andati. Questo lampeggia di continuo sequenze di numeri che il nostro saggio comprende, e se lo dice lui io mi fido. Tuttavia ha ammesso più volte che no sa come funzioni. Alcuni pensano sia un segno divino, io che sia perché tendiamo a dimenticare, che è una pessima tendenza. Quindi io non sacrifico niente a quella cosa, e se devo pregare prego la montagna, o meglio i guerrieri delle storie della mia infanzia. Mi sento meno stupido. Ho più soddisfazioni.

Tuttavia non si può essere indifferenti all’oracolo. Gli dobbiamo un sacco di cose, di conquiste, e si merita il tempio che gli abbiamo costruito attorno: ci fornisce spezzoni di quadri in movimenti, altre realtà, statistiche, che sono numeri con un senso, sulla guerra, quella strisciante guerra che prosegue sotto di noi. Il Magister, una sera in cui aveva alzato il gomito, se ne era uscito col dire che è una sorta di classifica: graduatorie su graduatorie in cui gli eserciti sono inseriti con relative performance, numeri di caduti, livello delle attrezzature…una sorta di mercato della morte in cui si può richiedere anime per altre anime: probabilmente a valle ci saranno Magister più in sintonia col passato, che alle scatole luminose riescono pure a rispondere; a fare le proprie ordinazioni. Comunque a volte partono dimostrazioni, non ha demorso il saggio, di esercitazioni, sacchi e massacri, per convincere sulla professionalità dei tizi. Del genere un morso alla mela, a garanzia dell’intero frutto. Roba da far rivoltare le budella in nodi che non si sciolgono. E intanto i numeri cambiano, apprezzano o deprezzano, ignari e indifferenti.

Ma è facile voltarsi, se quel dolore non si prova. Ed il viso, girato, è accolto dal paesaggio; stordisce tanto è bello, calma tanto è così abituato a sentirlo suo. Ma il possedere non è la dimensione naturale dell’uomo. Non puoi fondarti sull’avere, perché qualcuno può sempre venire e prendertelo. Anche a metri di altitudine. Anche se pensavi fosse solo un film, che è una cosa simile al vero, senso incollato, ma che è finzione. E non puoi basarti sulla finzione, pensare che tutto lo sia. Così perdi il fatto che stai qui, che qui puoi avere un certo perché, sia pure fare la guardia a qualche casupola che è tutto il tuo mondo. Il mondo è molto grande, ma ne basta poco. E di fatto poco è.

E’ come un respiro, piccolo e scontato, ma da cui passa tutto, e attraverso cui passa tutto il tuo senso.

Per un attimo si meravigliò sinceramente del suo respiro.

Poi la consapevolezza finì.

L’inquadratura si allontana, fino a renderlo un puntino. Immobile.



Articolazioni:

Film: Il mestiere delle armi, Olmi.

Musica: Kaiser Chiefs, Modern Way/ Cat Stevens- Sitting

Videogioco: Metal Gear Solid 4

Libro: Il rumore sordo della Battaglia, Antonio Scurati

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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