Death Cab for Cutie Live@Alcatraz di Milano.

Max Pezzali parla con Four Magazine: “In 20 anni è cambiato tutto. E non è cambiato niente”.
6 giugno 2012
Hanno ucciso l’uomo ragno 2012, Max Pezzali incontra il rap
7 giugno 2012

Death Cab for Cutie Live@Alcatraz di Milano.

Quasi due ore di live ieri all’ Alcatraz di Milano per i Death Cab for Cutie, gruppo statunitense formatosi a Washington nel 1997. Non è un sold out come ci si sarebbe aspettato( il gruppo non si esibisce in Italia da circa 6 anni ed ha un grosso seguto) ma Ben Gibbard e compagni, dopo essersi fatti desiderare per una decina di minuti, ci regalano un live caleidoscopico e con picchi degni dei migliori performers.

Un concerto in cui “Code and Keys”(loro ultimo album uscito a Maggio dell’anno scorso ) diventa il vero protagonista: i Death salgono sul palco, salutano Milano e attaccano con “Home is a Fire”, lasciandosi trasportare dalle tastiere impastate alla voce di Gibbard, che non risulta però convincente e appare freddo e distaccato. Ma è solo un attimo di esitazione subito superata con “I will possess your heart”, in cui il gruppo reagisce e regala al suo pubblico un interpretazione carica di forza e psicheledica, con una lunga intro che non fa smettere di ballare. I fan sono in subbuglio e aspettano i grandi classici, si viene così conquistati da una versione acustica da brivido di “i will follow you into the dark” e dalla potenza di “we looked like giants”. Un vero e proprio concerto rock, come non si vedevano da tempo sulla scena indie qui a Milano, grazie al carisma del frontman in subbuglio e di Christopher  Wallace, il chitarrista, che fungeva da spalla perfetta. Unica pecca, la mancanza in scaletta di “a lack of color”, richiesta anche più volte dal pubblico per un bis e l’acustica che lasciava un po’ a desiderare, in particolar modo ad inizio concerto.

Tanti applausi, la band regala plettri e bacchette, abbozza qualche parola in italiano per conquistarci (anche se c’erano già riusciti dalla seconda canzone) e lascia il palco. La platea urla il bis e loro non deludono, con  “portable television” e “movie script” da far accapponare da pelle e “Transatlanticism” la chicca finale,probabilmente il momento più bello del concerto, quasi dieci minuti di canzone che ha unito tutto il pubblico cantando a squarciagola il ritornello, come se non volesse che le luci su quel palco si spegnessero.

Comments on Facebook

Comments are closed.