Four Magazine Incontra Pat Metheny: tra Jazz e Leggenda, un Ritorno Durato Trent’anni.

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Four Magazine Incontra Pat Metheny: tra Jazz e Leggenda, un Ritorno Durato Trent’anni.

Sono passati trent’anni da quando l’allora giovane chitarrista  pubblicò il doppio album 80/81, scritto e composto con la collaborazione di nomi come Dewey Redman, Charlie Haden, Michael Brecker, e Jack DeJohnette. Il vuoto artistico però è più che giustificato: non si tratta in fatti di una vera e propria assenza, bensì della ricerca di qualcosa, o meglio Qualcuno, che potesse dargli una mano nella scrittura di un album che potesse reggere il confronto con il suo primo e ultimo precedente lavoro. E a distanza di così tanto, Pat pubblica United Band, album con il quale l’artista si rivela essere lo stesso, oggi come allora, e che racconta a noi di Four Magazine.

Pat, come sono stati questi trent’anni?

Beh di sicuro sono stati formativi, il mio primo lavoro in studio, 80/81, è un album che posso tranquillamente definire come un lavoro iconico, un modello che volevo cercare di “replicare” al meglio cercando appunto delle collaborazioni che fossero valide. È così che ho trovato Antonio Sanchez, la quale collaborazione è stata molto formativa, o Chris Potter, che ho seguito dapprima come fan e poi come collaboratore. È stato fantastico già solo lavorare con questi due.

Considerando quella che è la musica pop/rock attuale, pensi che oggi gli artisti si dedichino abbastanza alla sperimentazione? 

Oggi esiste un aspetto culturale che comprende, per la musica rock e pop a cui fai riferimento, tanti di quegli artisti che non potrei risponderti. È così difficile riuscire a tenere d’occhio tutto e tutti perché da ogni dove arriva qualcuno che ha fatto qualcosa all’avanguardia. È per questo che a volte quando accendo la radio mi chiedo:”ma com’è che questo o quell’artista vendono un sacco?”, mentre a volte mi arrivano dei demo di diversi artisti e mi chiedo:”ma perché questo o quell’artista non sono famosi?”. È difficile risponderti a questa domanda.

In tutti questi anni ti sei dedicato molto alla sperimentazione e le band che hai cercato volevano essere una giusta alternativa prima di trovare la giusta soluzione. Quanto ha contato la sperimentazione nel tuo lavoro?

Posso dire che tutta la mia carriera si è sempre basata sulla sperimentazione di qualcosa, che si trattasse di suono o artista. Mi sono sempre dedicato a sperimentare in tutti i sensi, ma posso dire che è un’attività rischiosa: non conosci il risultato del lavoro che stai svolgendo, non sai niente. Così facendo ottieni risultati inevitabili, m soprattutto lavori non convenzionali. Questo è un aspetto molto importante.

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Gabriele Palella
Gabriele Palella
Milanese, giovane ma già competente in quella che è la sua più grande passione: la musica. Milano. Lavora, compone e produce brani, scrive e partecipa a numerosi e diversi eventi a Milano e dintorni. Di sé dice: "credo in quello che faccio, spinto dalla bellezza e dalla forza della musica che unisce, crea, intrattiene ma, soprattutto, insegna. Io ci credo a questa forza...e voi, in cosa credete?"

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