Cosmopolis di David Cronenberg

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Cosmopolis di David Cronenberg

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Giudizi della critica contrastanti, reazioni del pubblico estremamente diversificate: è questo il bilancio iniziale del ritorno alla macchina da presa di uno dei cineasti più interessanti della scena internazionale, quel David Cronenberg che solo qualche mese fa con A Dangerous Method si confrontava con il fallimento della razionalità sulle passioni e con la complessità delle relazioni interpersonali, sfruttando gli intrecci emotivi e non solo dietro all’eterno incontro/scontro fra Jung e Freud.

Cosmopolis, presentato in concorso alla 65esima edizione del Festival di Cannes, è un’opera controversa e affascinante, che sa giocare con intelligenza con l’astrazione e l’introspezione facendo leva su una costante e nervosa linea di tangibile tensione: tratto dall’omonimo romanzo di Don DeLillo, il film porta sullo schermo uno spaccato della contemporaneità evocativo, destrutturante e inquieto che assorbe l’essenza metafisica delle pagine scritte trasformando la lunga traversata del suo protagonista attraverso una metropoli sconvolta in un excursus che sa intrecciare scenari, toni e situazioni tra loro diversissimi e riuscendo a intesserli in un unico schema, coerente e al contempo imprevedibile.

Eric Packer, rampante golden-boy in rapida ascesa nel mondo dell’alta finanza, vuole aggiustare il proprio taglio di capelli, per questo sale sulla sua lussuosissima e super-tecnologica limousine bianca e – affiancato da una capillare rete di protezione e sicurezza – si prepara ad attraversare l’intera città. Per New York però non è una giornata come tutte le altre dal momento che la concomitanza di una visita del Presidente degli Stati Uniti e di una manifestazione di protesta anti-capitalista ne paralizzano totalmente il traffico. Mentre la metropoli è travolta dal caos, Packer assiste glaciale all’inizio del crollo del suo impero con una pesante consapevolezza a gravare sulle sue spalle: qualcuno vuole ucciderlo e lo farà entro la fine della giornata.

Cronenberg punta i riflettori sul disagio di una contemporaneità sconquassata dal conflitto sociale, da una crisi economica che ha dato il via al crollo verticale delle certezze capitaliste: e se da un lato lo sbigottimento collettivo sembra dare luogo a un vacuo senso di smarrimento, dall’altro risuona il rantolo rabbioso di una comunità globale fracassata dalle politiche di gestione finanziaria e del bene pubblico, mentre il mondo si popola dei fantasmi di un sistema che ha lasciato spazio solo alla disillusione di una società che ha perso i propri punti di riferimento.

Il film traduce in immagini il visionario spaccato di DeLillo (il romanzo è del 2003 e pare cogliere in pieno lo sbandamento che dopo poco meno di un decennio stravolgerà gli equilibri mondiali) e coglie le suggestioni più livide e plumbee di quel tentativo di rivalsa sociale che passa attraverso il desiderio di riappropriazione del proprio ruolo grazie alle dinamiche propulsive dei movimenti di massa: l’odissea metropolitana di Eric Packer (un Robert Pattinson sorprendentemente intenso nella sua glaciale immobilità e forzata inespressività) si addentra in una New York dai mille volti, che all’atmosfera placidamente annoiata delle librerie e dei lounge bar contrappone la tumultuosa imprevedibilità delle rivolte di strada.

Cronenberg – che ripropone fedelmente gli articolati dialoghi di DeLillo, utilizzandoli come vera e propria struttura portante nello sviluppo della pellicola – trova nell’evoluzione della storia un tracciato che pare plasmarsi perfettamente alle caratteristiche del suo cinema che pur nella sua eterogeneità ha sempre mantenuto una fortissima componente di riconoscibilità: Cosmopolis è un film solido, che sa raccontare le ombre della natura umana e della società, i desideri e le frustrazioni, la paura e l’arroganza, in un viaggio a tappe che mentre consente al protagonista di confrontarsi con una vasta gamma di personaggi (con comprimari davvero d’eccezione come Juliette Binoche, Mathieu Amalric, Samantha Morton, Sarah Gadon e un grandissimo Paul Giamatti) tratteggia i limiti, le ambizioni e le turbe degli individui.

A dispetto di una struttura fondamentalmente rigida Cronenberg non rinuncia a un impianto della tensione efficientissimo, che sa gestire e sottolineare la disturbante e inquietante onnipresenza del pathos anche quando l’adrenalina sembra essere seppellita sotto le ceneri dell’ipertrofia delle conversazioni, pronta per una nuova deflagrazione.

Così mentre la limousine immacolata incede come un catafalco nella processione funebre della contemporaneità, Cosmopolis disegna la propria ambiziosa traiettoria, presentandosi come un progetto senza dubbio affascinante, comprensibilmente destinato a sfaldare e diversificare le opinioni: Cronenberg non sarà forse all’altezza delle sue massime produzioni, ma dimostra sempre di avere qualcosa di interessante da dire.

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