Valeria Parrella dice: NO. Lettera di Dimissioni

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Valeria Parrella dice: NO. Lettera di Dimissioni

A volte nei libri vengono i nostri desideri. A volte capita di interrompere la lettura perché ci sembra che l’autore si stia rivolgendo a noi, che stia interpretando il nostro disagio esistenziale. La pagina diventa uno specchio dinanzi al quale la nostra anima è nuda. E, non riuscendo a coprirsi, fugge disperata. La verità ci mette sempre a disagio. “Lettera di dimissioni”(Einaudi) ha questo effetto soprattutto su chi, per età, esperienze e provenienza, è molto vicino alla protagonista. Clelia, una vita spesa a studiare, tra libretti d’opera, filosofi e antiche rovine. Cresciuta da genitori “comunisti”, che devono tutto al loro spirito di sacrificio, all’amore per lo studio e allo zelo, viene educata col  mito della scuola pubblica e del riscatto sociale.  A lei, come a chi scrive, è stato insegnato che la cultura ha un peso e un valore. Che chi vuole di più dalla vita, in democrazia, in uno stato di diritto, può ottenerlo solo ed esclusivamente col sudore della sua fronte. Che avremmo potuto tramutare i nostri sogni in realtà e la nostra passione nel nostro lavoro. E, invece, ci hanno ingannato. Ci hanno formato per un mondo che non c’è. Che forse, un giorno, quando i nostri genitori, e i genitori di Clelia, il personaggio creato dalla penna di Valeria Parrella, erano giovani idealisti di belle speranze, è esistito. Ma l’Eden è crollato, proprio come la Casa dei Gladiatori di Pompei, e ha lasciato dietro di sé una scenografia scalcinata sulla quale si muovono vuoti simulacri, la sedicente “intellighenzia” di sinistra. Così la protagonista, all’apice della sua carriera di regista teatrale, divenuta direttrice del teatro Stabile di Campagna, si trova a dover barattare uno spettacolo degno di questo nome con gli stipendi dei suoi collaboratori. La giovane teatrante napoletana, pluripremiata, titolata e avvenente, viene assunta per chiamata diretta dai vertici regionali, grazie al suo curriculum, ai successi del passato ma soprattutto per aver frequentato gli ambienti giusti.

“Come altri milioni di persone avevo qualcosa da dire però improvvisamente il mondo si era  girato verso di me e mi stava ad ascoltare”.

Clelia vive nel suo mondo, quello della cultura, dell’arte, dello spettacolo, che di colpo ha cambiato volto. Non le appartiene, non le somiglia, perché in fondo anche lei non somiglia alla ragazza che era. Il suo comunismo, svuotato di valori ed etica, si è tramutato in radical chicchismo. E, mentre lei trascorre le serate in club esclusivi sorseggiando Bloody Mary al chiaro di luna, i suoi dipendenti fanno fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, il padre piange per lo stato di abbandono in cui versa il sito archeologico di Pompei e il fratello, insegnante, cerca le parole giuste per comunicare ai genitori dei suoi alunni che nella scuola pubblica manca persino la carta igienica. Il libro della Parrella descrive perfettamente lo stato della cultura in Italia. Fanalino di coda di un paese alla deriva. Lavoratori sottopagati, bistrattati, e valutati in base all’apparenza e all’appartenenza politica. Opere d’arte in decadenza e centri di cultura affidati a persone incompetenti. Clelia è stata fagocitata dal sistema che aveva sempre deprecato e provato a cambiare. Ma, alla fine, si redime e compie un atto rivoluzionario: si dimette.

“Perché in fondo avevo studiato e amato e di fronte allo splendore sapevo ancora inchinarmi”.

La scrittura di Valeria Parrella è essenziale, scarna, priva di orpelli ma elegante. La lingua si evolve e ricalca perfettamente la crescita e i cambiamenti della protagonista. Clelia quasi non la vediamo. Apprendiamo solo nella terza parte che ha i capelli ricci, mossi, è bruna e ha le fattezze tipiche delle donne napoletane. Eppure la sentiamo. Come con Maria, la protagonista de “Lo spazio bianco”(dal quale è stato tratto l’omonimo film della Comencini), percepiamo la sua anima. Partecipiamo al suo travaglio interiore e veniamo coinvolti nelle sue decisioni. La scrittrice partenopea è riuscita a trasferire sulla pagina  la rabbia di un’intera generazione tradita dal presente e ha interpretato al meglio la delusione di chi avrebbe voglia di sognare un paese migliore che rinasca dalle viscere della penisola italica, magari dal ventre di Napoli, città ricca di contraddizioni e di tesori.

“L’arte, sentivo, dovrebbe contenere e nutrire, stigmatizzare l’errore per realizzare la speranza”. 

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