Silent Souls di Aleksei Fedorchenko

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Silent Souls di Aleksei Fedorchenko

Fedorchenko e la Morte Gaudente

La narrazione orientale, sia essa letteraria o audiovisiva, sia balcanica, slava, ebraica o mediorientale, fa da sempre i conti con la morte, o meglio sul percorso che fanno i vivi per seppellire i loro morti. Silent Souls, film in concorso alla Mostra di Venezia di 2 anni fa (dove vinse il premio alla fotografia, il premio della critica internazionale e quello della critica on line), sceglie quest’ottica classica, tipica e lo fa con sincerità, senza idee rivoluzionare ma anche con una precisa idea di cinema.

Il film racconta del viaggio di Miron e Aist per seppellire Tanya, la moglie del primo, secondo le tradizioni della cultura merja del lago Nero, nella Russia centro-occidentale. Durante il viaggio ricordi, confessioni e la scoperta di un’identità comune. Da un romanzo auto-biografico di Aist Sergeyev, Denis Osokin trae la sceneggiatura per il terzo lungometraggio di Fedorchenko, un road-movie ai confini della storia, della cultura e del tempo, ma anche della vita stessa.

Come ogni film di viaggio, infatti, Silent Souls oltre a esplorare dei luoghi, ne sonda tutto ciò che di emotivo ed esistenziale vi è connesso: la Russia e i Carpazi, i fiumi e i corsi d’acqua che portano via ogni dolore,  le tradizioni culturali come forma identitaria che può – proprio come i merja – integrarsi nella globalità della “madre patria” non soccombendo. Fedorchenko realizza così un lungo e fascinoso rituale funebre che, in barba alla morte come fine di tutto, riscopre la carnalità e la sensualità della vita per esorcizzarla (memorabile il lavaggio di Tanya con la vodka).

Un film nobilmente e profondamente letterario – con lunghi recitativi fuori campo, dialoghi, sviluppi da romanzo – che però ha il  suo cuore nella ricerca pittorica dell’immagine, nella mancanza di compiacimento e nella sincera schiettezza con cui conduce attori e personaggi ai limiti di sé stessi. Fedorchenko fa convergere chi è, dove abita e cosa lo connota culturalmente, realizzando un film che è una boccata di aria fresca, bella ed emozionante.

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Emanuele Rauco
Emanuele Rauco
Nato a Roma il 18 luglio del 1981, si appassiona di cinema dalla tenera età e comincia a scrivere recensioni dall'età di 12 anni. Comincia a collaborare con il giornalino scolastico e, dopo aver frequentato il DAMS di Roma 3, comincia a scrivere per siti internet e testate varie: redattore e poi caporedattore per il sito Cineforme, ora Cinem'art Magazine, e per la rivista Cinem'art, redattore e inviato per RadioCinema. Inoltre scrive per Four Magazine, di cui è caporedattore, e altre testate on line ed è curatore di un programma radiofonico su cinema e musica, Popcorn da Tiffany su Ryar Radio. Collabora per le riviste Il mucchio e The Cinema Show – primo mensile cinematografico per iPad – e per il quotidiano L'opinione. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati su saggi e raccolte critiche, tra cui la collana Bizzarro Magazine di Laboratorio Bizzarro ed è spesso ospite in trasmissioni radiofoniche e televisive come Ma che bella giornata o Square e I cinepatici di Coming Soon Television. Ha un canale di youtube in cui parla di cinema, spettacolo, cultura e comunicazione.

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