Margin Call di J. C. Chandor

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I Conti non Tornano nel Film di Chandor

La bancarotta dei principali Istituti di credito degli Stati Uniti (Lehman Brothers, Fannie Mae, Freddie Mac e AIG), avvenuta nel Settembre del 2008, ha determinato una sorta di effetto domino che, come uno tsunami, dall’epicentro a stelle e strisce ha finito con il travolgere tutto quello che si trovava sul suo percorso. Risultato un buco di circa 20 milioni di dollari e un numero incalcolabile di disoccupati e senza tetto. Ma prima o poi tutti i nodi dovevano venire al pettine, anche se gli interessi in ballo erano talmente vasti da far presagire il solito e machiavellico piano di occultamento da parte dei piani alti. Una fitta rete tessuta da quei pochi che stringono fra le proprie mani il destino di tanti, una rete che il 15 settembre 2008 si è spezzata innescando una sorta di reazione a catena che ha messo letteralmente in ginocchio miliardi di persone in tutto il mondo.

Questo è in poche parole quello che è successo circa quattro anni fa, quando dai giganteschi palazzi di vetro e acciaio che svettano verso il cielo e circoscrivono Wall Street, un’onda gigantesca si è abbattuta sull’economia globale, causando una crisi le cui ferite non si sono ancora rimarginate. Documentari come Capitalism: A Love Story di Michael Moore, Crisi di Classe di Giovanni Pedone e Inside Job di Charles Ferguson hanno, nel bene e nel male, contribuito in parte a fare luce sulle cause e sugli effetti di un blackout economico e finanziario che per portata può essere paragonato solo a quello che ha messo in ginocchio gli Stati Uniti durante la Grande Depressione. Sul versante della fiction non si è andato particolarmente a fondo, fatta eccezione per il televisivo Too Big to Fail prodotto dalla HBO e diretto da Curtis Hanson, che tra un tecnicismo e l’altro, un fiume inesauribile di parole e diagrammi incomprensibili ai comuni mortali, ha sballonzolato qua e là l’attenzione dello spettatore tra le centinaia di manovre elaborate nei feudi dell’alta finanza e nei corridoi della politica, affondando poi lo sguardo in ciascun aspetto del colossale crollo del Sistema verificatosi nel 2008.

Da parte sua, il collega J. C. Chandor per l’esordio dietro la macchina da presa (premiato con il National Board of Review Awards e l’Independent Spirit Awards), proiettato in anteprima nel concorso della 61esima edizione della Berlinale, ha sposato in gran parte l’approccio, i contenuti e soprattutto il punto di vista interno voluto da Hanson, privilegiando gli aspetti umani (corrotti e non), le scelte, le passioni, le illusioni e la sete di potere di quelli che si sentono troppo grandi per fallire. Messi da parte i tecnicismi, Chandor ha puntato l’obiettivo contro e verso i carnefici, raccontando le ventiquattro ore che hanno innescato la bomba. Lo ha fatto in chiave thriller, con una pellicola corale interpretata da un grandissimo cast (Kevin Spacey, Jeremy Irons, Paul Bettany, Zachary Quinto, Stanley Tucci, Demi Moore e Simon Baker) dal titolo Margin Call, che segue le vicende di un gruppo di brokers e dirigenti nell’arco della fatidica e interminabile notte che ha segnato il destino dei tanti e la sopravvivenza dei pochi. Le atmosfere sono tese come quelle dei due capitoli di Wall Street di Oliver Stone, l’aria si fa via via sempre meno respirabile tra gli uffici, le stanze e le sale riunioni della sede di una banca d’investimento americana che si fa veramente fatica a non rapportare alla Lehman Brothers.

Al suo interno brulicano intricate trame per salvare il salvabile, in particolar modo le luccicanti chiappe dei potenti. Lo script dello stesso Chandor è costruito interamente sui potentissimi conflitti a fuoco dialettici tra i diversi personaggi che si danno di volta in volta il cambio, quasi come dei lottatori su un ring che, attraverso duetti e monologhi (uno su tutti quello di Jeremy Irons nella sala ristorante dove pronuncia la seguente frase: «Sono solo soldi, pezzi di carta che ci impediscono di ammazzarci tra di noi per comprare qualcosa da mangiare.»), provano a mandarsi al tappeto a vicenda. Un ring che non è altro che un grattacielo in una fetta di città mostrata dalla macchina da presa sempre dall’alto, con focali e ottiche che ne schiacciano e ne comprimono lo skyline creando metaforiche distorsioni.

Narrativamente il film offre il meglio di sé a sprazzi, con un prologo che ha nel cinismo e nella durezza dei primi minuti solo un antipasto di quello che vedremo e sentiremo da lì in poi. Nella parte centrale la tensione cala, il ritmo si fa meno serrato per poi riesplondere nell’ultimo quarto d’ora grazie al valzer di dialoghi che passano più velocemente da bocca a bocca. Un vero e proprio fuoco incrociato che esalta le doti interpretative del super cast a disposizione, chiude le toppe dove ci sono e consente al regista di passare indenne la prova. Ma una volta calato il sipario sui titoli di coda di Margin Call, per quanto se ne dica, per quanto possa piacere oppure no, non possono non ritornare alla mente le parole pronunciate da Karl Marx che, se lette a suo tempo, potevano risuonare come campanelli d’allarme da non ignorare nei decenni che seguirono: «Non c’è stato periodo di prosperità in cui gli stregoni ufficiali dell’economia non abbiano approfittato dell’occasione per dimostrare che questa volta la medaglia non aveva rovescio, che questa volta il fato era vinto. E il giorno in cui la crisi scoppiava, si atteggiavano a innocenti e si sfogavano contro il mondo commerciale e industriale con banalità moralistiche, accusandolo di mancanza di previdenza e di prudenza».

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