Sister di Ursula Meier

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L’Orso d’Argento di Ursula Meier Racconta il Bisogno d’Affetto

Il ragazzo in alto, si potrebbe tradurre il titolo originale di Sister, L’enfant d’en haut. E darebbe bene la prospettiva da cui guardare un film che ha vinto l’orso d’oro all’ultimo festival di Berlino, diretto da Ursula Meier dopo il disturbante Home, e che continua a scolpire i suoi personaggi attorno ai luoghi in cui decidono di vivere o sopravvivere.

Louise è una ragazza sbandata che vive col fratello Simon, il quale mantiene la “famiglia” con furti ai turisti della stazione sciistica vicino alla quale abitano. I due si trovano e si perdono, ma c’è uno strano segreto a legarli per sempre. La regista scrive con Antoine Jaccoud e Gilles Taurand un dramma familiare cupo, quasi compresso dentro due personaggi che cercano l’equilibrio impossibile per volersi bene.

E questo equilibrio parte già dalla scelta di ambientare il film nell’asimmetria sulle Alpi dove il basso della valle domestica e l’alto degli alberghi e delle piste fungono da simbolo di un tentativo di smarcarsi dalla propria condizione socio-economica, sottolineato dalla presenza centrale della funivia che collega i due estremi. Ma soprattutto, in modo più sottile del film precedente, Meier fa pulsare questi ambienti attorno al bisogno d’affetto e al dolore del non poterlo/saperlo dare,  attorno alla necessità di tenersi quei brandelli d’amore che la famiglia – qualunque forma essa abbia – concede, e lo fa con il tatto nel tratteggiare i caratteri con gesti delicati o irruenti.

Meno ostico e relativamente più convenzionale rispetto a Home, ma anche più comunicativo, il film s’inceppa quando cerca di dare alla storia dei sentimenti un valore allegorico, una più alta urgenza che non sa gestire e l’indecisione tra uno stile dardenniano all’inizio e una maggiore compostezza d’autore più avanti lo mostra chiaramente. Fuori dal tempo e con una bellissima prova della seducente Léa Seydoux, Sister è un film che chiede allo spettatore di concentrarsi, non per capirlo meglio ma per dimenticare ciò che non funziona e dare attenzione ai suoi due splendidi protagonisti. Fiore all’occhiello del film di Ursula Meier.

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Emanuele Rauco
Emanuele Rauco
Nato a Roma il 18 luglio del 1981, si appassiona di cinema dalla tenera età e comincia a scrivere recensioni dall'età di 12 anni. Comincia a collaborare con il giornalino scolastico e, dopo aver frequentato il DAMS di Roma 3, comincia a scrivere per siti internet e testate varie: redattore e poi caporedattore per il sito Cineforme, ora Cinem'art Magazine, e per la rivista Cinem'art, redattore e inviato per RadioCinema. Inoltre scrive per Four Magazine, di cui è caporedattore, e altre testate on line ed è curatore di un programma radiofonico su cinema e musica, Popcorn da Tiffany su Ryar Radio. Collabora per le riviste Il mucchio e The Cinema Show – primo mensile cinematografico per iPad – e per il quotidiano L'opinione. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati su saggi e raccolte critiche, tra cui la collana Bizzarro Magazine di Laboratorio Bizzarro ed è spesso ospite in trasmissioni radiofoniche e televisive come Ma che bella giornata o Square e I cinepatici di Coming Soon Television. Ha un canale di youtube in cui parla di cinema, spettacolo, cultura e comunicazione.

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