Gli Infedeli con Jean Dujardin

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Gli Infedeli con Jean Dujardin

Dujardin Perde il Pelo ma non il Vizio

Probabilmente se non ci fosse stata la presenza davanti e dietro la macchina da presa di Dujardin e Hazanavicius, rispettivamente protagonista e regista di The Artist, un film come Gli infedeli non avrebbe trovato con la stessa facilità la strada che porta alle sale nostrane. Eppure eccolo qua, a partire dal 4 maggio con Bim, a chiudere una carrellata di commedie made in France distribuite in Italia in rapida successione negli ultimi mesi, che hanno raccolto consensi (Piccole bugie tra amici e Il mio migliore incubo) e vagonate di euro al botteghino (Quasi amici). Al di là di questo, però, non c’è dubbio che il fattore che ha contribuito (e non poco) alla distribuzione italiana di quest’operazione collettiva sia l’eco mediatico ottenuto da The Artist grazie alla presentazione nel programma della 64esima edizione del Festival di Cannes e soprattutto al successo all’ultima trionfale notte degli Oscar, che ha coperto di statuette la pellicola.

Dunque perché non battere il ferro finché è caldo, sfruttando la popolarità del duo prima che la nuova edizione della kermesse tiri fuori dal cilindro un’altra splendida sorpresa? Alla domanda giunge così una risposta positiva, che non coincide con le aspettative che, nel caso de Gli infedeli, purtroppo vengono tradite perché relativamente alte rispetto all’effettivo valore riscontrato. Si tratta di un’opera diretta e recitata a più mani, dalla quale emerge una discontinuità di risultati che fa salire e scendere l’insieme al di sopra e al di sotto della soglia della sufficienza. Utilizzando un parallelismo con la boxe, l’incontro viene perso ai punti. La suddetta discontinuità permette di individuare con troppa facilità il meglio e il peggio di questo film a episodi che ha visto sette registi realizzare nove differenti capitoli per esplorare i trionfi e gli insuccessi, le glorie e i tonfi impietosi derivanti dall’infedeltà maschile, vista in tutte le sue differenti, divertenti, disperate e assurde varietà. Per gli uomini protagonisti, tutti ormai sulla strada della mezza età, ogni occasione è buona per lasciarsi guidare dall’istinto e perseguire la ricerca del piacere. Da una conferenza in un albergo di provincia a una piccola clinica per sessodipendenti, da una discoteca parigina ai locali della scintillante Las Vegas, ogni posto sembra il più adatto per consumare i tradimenti; ma non tutto fila sempre per il verso giusto.

A fare da collante negli episodi che si susseguono tra pochi alti e molti bassi, la coppia formata da Dujardin e Lellouche, mattatori della situazione che davanti alla macchina da presa si alternano nei panni dei vari personaggi un po’ come Tognazzi e Gassman senior avevano fatto nel 1963 per quella indimenticabile galleria di “mostri” pescati nella realtà quotidiana da Dino Risi, per poi concedersi il lusso di chiudere con un frammento da loro firmato dal titolo Las Vegas, cartina tornasole che riflette gli esiti dell’intero film perché capace di passaggi degni di nota (il tour etilico tra pub, casinò e locali di lap dance) e altri decisamente no. Del resto, l’operazione è nella sua totalità un continuo, non si sa quanto voluto, rimando all’inarrivabile prototipo di un sottogenere, ossia la commedia italiana a episodi degli anni Sessanta e Settanta (c’è anche un po’ di Alta infedeltà del quartetto Rossi-Petri-Salce-Monicelli nell’aria), che sotto il segno di Risi ha centrato il bersaglio proprio con I mostri o con Sessomatto, conoscendo in seguito un declino inesorabile a causa dell’eredità raccolta e messa in quadro con esiti da dimenticare dai vari Vanzina, Neri Parenti ed Enrico Oldoini.

Per fortuna, il collettivo nato per il progetto de Gli infedeli non guarda a quest’ultimi, piuttosto ai loro predecessori e alcuni degli episodi che lo compongono rivendicano quella fonte d’ispirazione: nel Laurent interpretato da Dujardin nel segmento La coscienza pulita non è difficile scorgere le tracce di molti personaggi costruiti su Gassman, così come l’Eric di Lellouche in Lolita non può che richiamare alla mente il Tognazzi di La voglia matta. Ma evidentemente le buone intenzioni e gli ottimi esempi seguiti non sono bastati a evitare che l’operazione imbarcasse acqua. Spaziare e giocare con i toni e i registri, passando dallo humour nero alla goliardia o al dramma, ricorrere a distanze cronometriche diverse (a episodi più lunghi si contrappongono brevissimi short), affidarsi a bravissimi attori (vedi il duello fisico e verbale messo in scena da Lamy e Dujardin in La domanda di Emmanuelle Bercot o quello corale diretto da Alexandre Courtes in Gli infedeli anonimi) e registi tra cui Hazanavicius, senza che ci sia il giusto sostegno da parte delle sceneggiature che vanno a comporre il “puzzle” narrativo, non permettono di tenere insieme tutti gli ingredienti chiamati in causa. Peccato!

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