Il Castello nel Cielo di Hayao Miyazaki

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Il Castello nel Cielo di Hayao Miyazaki

Nel Cielo di Miyazaki Siamo Isole Fluttuanti

Nella vita non è mai troppo tardi per rimediare a un torto fatto o a una mancanza nei confronti di qualcuno. Restringendo il campo, ciò può valere anche per la Settima Arte, per il suo pubblico e per coloro che, oggi come ieri, con capolavori universalmente riconosciuti, hanno contribuito al suo sviluppo creativo o tecnologico. Nel caso di un grande maestro dell’animazione come Hayao Miyazaki sarebbe però più corretto parlare di una clamorosa e imperdonabile svista da parte di chi avrebbe dovuto o potuto distribuire le sue opere in Occidente. Del compito se ne era fatto carico la Walt Disney con la controllata Buena Vista, ma con esiti disastrosi e parecchio discutibili nel mercato dell’home video. Una svista che ha impedito al pubblico europeo, compreso quello nostrano, di conoscere e ammirare le straordinarie storie narrate e la poesia delle immagini che caratterizzano da sempre la filmografia del regista nipponico.

Per fortuna esiste qualcuno in Italia che, alla duplice mancanza nei confronti di Miyazaki e del suo storico o potenziale pubblico, sta tentando di porre rimedio con i mezzi a propria disposizione e quel qualcuno è la Lucky Red. Nel progetto di distribuzione avviato nel nostro Paese di tutti i titoli dello Studio Ghibli, non poteva mancare un pezzo da novanta come Laputa (1986), nei cinema italiani a partire dal 25 aprile 2012 col titolo Il castello nel cielo. Il terzo lungometraggio d’animazione diretto da Hayao Miyazaki, che segna anche la nascita dello Studio fondato dallo stesso cineasta con Isao Takahata, approda sui nostri schermi dopo ventisei anni, portando con sé una bellezza che non è stata minimamente scalfita dal tempo e una potenza immaginifica capace di offuscare molto del cinema animato generato negli ultimi decenni attraverso freddi processi di grafica computerizzata.

Il castello nel cielo racconta la storia di Sheeta, misteriosa ragazzina in possesso di una magica pietra azzurra, inseguita da una sgangherata banda di pirati dell’aria e da un torvo agente governativo. Grazie all’aiuto di Pazu, giovane e coraggioso minatore gallese, riuscirà a svelare il mistero della pietra, a scoprire le proprie origini e a ritrovare la leggendaria Laputa, l’isola che fluttua nel cielo. Sin dalla sua sinossi è possibile rintracciare temi e stilemi ricorrenti nel cinema di Miyazaki, presenti già in forma embrionale nelle pellicole che l’hanno preceduta (in particolar modo Nausicaä della Valle del Vento) e sviluppati in quelle che verranno nei decenni successivi: dall’eterna lotta tra il Bene e il Male alla minaccia della guerra fuori dal tempo esplicata in un profondo spirito antimilitarista (Porco Rosso e Il castello errante di Howl docet), dalla speranza nel futuro e il bisogno di fantasia e immaginazione alla valorizzazione delle diversità culturali e delle specie, passando per il rapporto degli uomini con la natura nell’atto della pura contemplazione. Lo script del film del 1986 restituisce il tutto mediante una narrazione che sprigiona emozioni senza soluzione di continuità, in un flusso inarrestabile che mette la platea di turno al cospetto di un valzer di azione, avventura, dramma, fantascienza e commedia, dove a emergere sono sentimenti come l’amore, la fiducia, il rispetto e soprattutto l’amicizia.

Ogni singola immagine voluta da Miyazaki si permea di tutto questo, caratterizzandosi per l’estrema cura di un disegno orgogliosamente legato alla tradizione e per il tono poetico e ispirato ma allo stesso tempo vibrante e combattivo. In tal senso, Il castello nel cielo appare figurativamente così straordinario da far dimenticare più volte che si sta assistendo a quello che comunemente viene definito un cartone animato. Davanti alle tematiche toccate nel film e il modo in cui queste vengono messe in quadro ci si rende conto di quanto e quale spessore sia in possesso la terza regia del cineasta giapponese. Si tratta di una favola per grandi e piccoli, avvincente ed entusiasmante, del tutto priva di sbavature, di prolissità, di melensaggini. Ricca invece di idee, di personaggi riusciti (la mamma pirata su tutti, anche se a rubare la scena è la protagonista Sheeta, eroina coraggiosa e anticonformista alla pari della Sophie de Il castello errante di Howl, della Chihiro de La città incantata, della San di Princess Mononoke, di Nausicaä e di Ponyo, della Kiki di Consegne a domicilio, delle sorelline Satsuki e Mei di Il mio vicino Totoro), di scene indimenticabili (l’attacco dei pirati all’aeronave, la grotta che si illumina a contatto con il cristallo di aeropietra, il risveglio del milite robotico nella fortezza dell’esercito e l’inseguimento pirotecnico sulle rotaie), di scenografie (Laputa sembra Atlantide e il suo avvistamento è quanto di più emozionante il cinema miyazakiano ha regalato in questi anni) e coreografie ammirevolmente efficaci sia dal punto di vista cromatico che da quello musicale (il volo delle colombe che insieme al flauto di Pazu accompagnano il risveglio di Sheeta).

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