Dalla California all’Italia gli Young The Giant,promessa del rock americano, si raccontano a Four Magazine

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Dalla California all’Italia gli Young The Giant,promessa del rock americano, si raccontano a Four Magazine

Qui da noi per 4 imperdibili appuntamenti, la band che firma il singolo di successo ”Cough Syrup” (da settimane nella top 5 dell’airplay italiano) ha trovato il tempo per una chiacchierata con noi di Four Magazine!

Gli Young the Giant regalano un rock melodico e coinvolgente, fatto di chitarre e ritmi accentati, come nella bellissima “My Body” che ieri hanno portato sul palco del Concertone del Primo Maggio in Piazza San Giovanni, dove erano in veste di unici ospiti stranieri. Stasera si esibiranno sempre a Roma alla Locanda Atlantide e domani sera a Milano al Tunnell (biglietti esauriti per entrambe le date), ma ci sarà possibilità di rivederli ai TRL Awards il 5 Maggio a Firenze per il loro ultimo appuntamento italiano. Giovanissimi, il più grande ha 22 anni, la band è apprezzata per la maturità compositiva, frutto di un meltingpot di culture e influenze dei 5 amici di Irvine, California, Sameer Gadhia (voce), Jacob Tilley (chitarra),Eric Cannata (chitarra/voce), Payam Doostzadeh (basso) e Francois Comtois (batteria/voce).  Dall’uscita dell’omonimo album Young The Giant sono in un instancabile tour in giro per il Nord America, dove fanno apprezzare live la loro musica. Per questa intervista si sono resi disponibili Sameer (S) e Jacob (J) , che gentilmente e sapientemente hanno risposto a tutte le nostre domande!

E’ il vostro primo viaggio in Italia, cosa vi aspettate da questa esperienza e dai vostri fan italiani?

S : Diciamo che non abbiamo nessuna aspettativa, siamo contenti di essere qui e ci crediamo fortunati: veniamo dall’America e molte band non hanno mai avuto l’opportunità di suonare in Italia. Quindi siamo semplicemente eccitati  , contenti di poter incontrare quest’altra cultura , vedere come i fans italiani reagiscono alla nostra musica, e quindi vedremo come andranno i nostri concerti.

E vi aspettavate che entrambe le date, Roma il 2 Maggio alla Locanda Atlantide e a Milano il 3 Maggio al Tunnel, fossero sold out?

S: Non proprio. Non sapevamo proprio cosa aspettarci, perché siamo appena arrivati, non sappiamo com’è la situazione qui. Fondamentalmente non ti puoi aspettare niente finché non visiti davvero il paese. E ora vista solo la reazione dei media, ha più senso che entrambi gli show siano andati sold out.

Il sound nel vostro omonimo album Young The Giant è molto vario ma allo stesso tempo omogeneo, ogni canzone è a sé, ma siete allo stesso tempo molto riconoscibili: come avete lavorato a questo album?

J: Questo album è il risultato di circa due anni di lavoro. Siamo una band da molto tempo, suoniamo insieme da anni. Forse sta tutto nel fatto che non ci sia un unico scrittore ma contribuiamo tutti a creare i brani, quindi le influenze da cui attingiamo sono le più disparate. Le differenze nelle varie canzoni sono dovute al fatto che sono state scritte da diversi autori, e inoltre c’è un preciso intento nel non volere un album che fosse monotematico ma che riuscisse a raggiungere i gusti di tutti.

Quali sono le vostre influenze nello scrivere i brani? Come prendono vita le vostre canzoni?

S:  Abbiamo tantissime diverse influenze. Per me, come cantante, ci sono tante cose del passato in stile Frank Sinatra, ma anche cose recenti come i The Strokes e tanti artisti folk, come Elliot  Smith, Johnny Cash di cui apprezzo il modo di raccontare storie attraverso i testi delle canzoni. Noi ci conosciamo dai tempi del liceo, quindi il processo di scrittura è molto diverso rispetto al solito: avviene attraverso un particolare livello  di comunicazione , che va oltre le parole. Siamo semplicemente abituati a scrivere insieme.

Si è concluso da poco il festival di Coachella, che avviene ogni anno ad Indio, California: cosa ne pensate e vi piacerebbe suonarci?

J:  Quel festival si svolge praticamente nel nostro cortile sul retro, e ci piacerebbe molto suonarci. Quest’anno non ne abbiamo avuto la possibilità perché avevamo già programmato il tour, ma sarebbe un opportunità fantastica poterci suonare, magari il prossimo anno.

Come è stato lavorare con il produttore Joe Chiccarelli?

S:  E’ stato un grande processo di apprendimento: era la prima volta per noi in un vero studio di registrazione, con un vero produttore professionale. Abbiamo imparato molto su noi stessi, su come scrivere le canzoni, come migliorare. Sicuramente ci ha insegnato tanto e credo sia stato fantastico lavorare con lui proprio per il nostro primo album. Non so se continuerà la collaborazione poiché ora siamo molto più consapevoli di quello che possiamo fare, quindi in futuro cercheremo di essere più indipendenti, ma gli dobbiamo tanto e ci continuiamo a sentire.

J:  Ci ha davvero modellato nella band che siamo ora. Lui ha fatto un lavoro meticoloso con noi, che eravamo una garage band ed avevamo imparato a suonare da soli. In un anno e mezzo siamo anche migliorati nelle nostre performance live e penso che se oggi dovessimo reincidere questo album suonerebbe completamente diverso. Lui era riuscito a vedere il potenziale che avevamo come musicisti.

Voi avete inciso questo album con un etichetta di musica metal, la Roadrunner : credete che sia cambiato qualcosa che ha fatto appiattire certe divergenze tra generi musicali?

S:  Credo non ci sia mai stata una vera differenza, ma è semplicemente la percezione che ne ha la gente. Spesso è facile accoppiare un certo genere di musica con un’etichetta, perché è più facile rimanerne aderenti. Credo che noi siamo l’unica band Indi di successo che ha la Roadrunner, e credo che questo abbia fatto pensare alla gente che questo divario tra generi non esiste realmente, si tratta solo di musica. E finché c’è della bella musica, non interessa realmente con che etichetta sei. E devo aggiungere che il nostro rapporto con la Roadrunner fu da subito grandioso, perché quando firmammo con loro ,non avevamo ancora seguito. Eravamo solo una nuova giovane band, ma loro sono riusciti comunque a darci l’attenzione di cui avevamo bisogno e credo che siamo cresciuti molto come band anche grazie a questo.

Come siete entrati in contatto con la Roadrunner?

S:  A dire il vero abbiamo vinto un concorso per aprire il concerto dei Kings of Leon a Chicago e quella fu la nostra prima volta in cui suonammo fuori dalla California, ed eravamo piccoli, avevamo 17/18 anni. Andammo a suonare a Chicago e successe che tra il pubblico c’erano persone del settore, e subito dopo quello show fummo invitati a suonare al South by SouthWest in Texas e immediatamente ci furono delle etichette che erano interessate a noi.  C’erano la Capitol, un’altra del gruppo Warner e la Roadrunner, e appena li incontrammo eravamo molto scettici. Pensammo ‘Cosa vuole fare con noi una etichetta di musica metal?’, ma poi capimmo che erano i più appassionati al nostro progetto e che ci avrebbero lasciato fare quello che volevamo con la nostra musica. Facemmo immediatamente uno showcase per loro a New York e solo qualche settimana dopo ci inviarono il contratto: cosa che normalmente non succede, non ne senti parlare. Le etichette si divertono a giocare con te, ti portano a diversi show case e ti fanno aspettare. Ma mostrarono da subito interesse in noi e ci fecero firmare il contratto.

Voi prima vi chiamavate The Jakes, come mai avete cambiato in Young The Giants?

J:  I The Jakes rappresentavano cosa eravamo al liceo, e come tutto, dai tempi del liceo molte cose cambiano. Abbiamo attraversato diversi cambi di membri della band a quei tempi, siamo cresciuti, abbiamo finito il liceo, siamo andati al college e continuavamo ad essere i The Jakes. Ma era un nome molto limitante, noi stessi del gruppo avevamo una percezione sbagliata, quindi cambiare nome in Young The Giant fu come un nuovo punto di inizio. Quando abbiamo deciso di prendere seriamente la cosa, ci sembrava giusto cambiare nome: ci ha unito molto come gruppo, ora siamo tutti sulla stessa pagina. Alcuni di noi non si sentivano molto parte della vecchia band The Jakes.

S: Sicuramente ha rinforzato il concetto che eravamo una band vera e non credo ci siano più band come noi. Siamo noi cinque, e agiamo democraticamente: nel contratto c’è scritto che se uno di noi lascia la band, la band è finita. Non c’è possibilità di ricostruire la band: gli Young the Giant siamo noi cinque, creiamo la nostra musica insieme. Siamo molto democratici. Da quando abbiamo 17 anni siamo abituati a vivere insieme, facendo i turni per lavare i piatti o buttare la spazzatura : valiamo tutti uguale. Negli Young The Giant non c’è un leader o il frontman che è il più importante, da noi non funziona così. Noi siamo una band grazie all’amicizia che c’è tra di noi.

Sameer come cantante del gruppo, ci sono artisti a cui ti ispiri nel tuo modo di cantare?

S: Appena iniziato non avevo idea di quello che stessi facendo, poiché io ho iniziato come chitarrista. Ma successe che ero a casa del nostro primo batterista, Kevin, e stavamo suonando ma non c’era nessuno che cantava, così ho iniziato a cantare io qualche traccia. Più tardi i The Jakes erano alla ricerca di un cantate e così, visto che a quel tempo ad Irvine essere in una garage band era tutto, posai la chitarra e provai io a cantare, non sapendo realmente cosa stessi facendo. E come ho detto cantavo principalmente cose della tradizione folk, Elliot Smith ma anche Iron & Wine. Ma fondamentalmente nell’ispirazione come front man ho guardato più a band come The Strokes, The Doors, Beatles e tanti altri gruppi…

La vostra canzone “Cough Syrup” è stata inserita in un episodio del tv show Glee, cosa ne pensate di questa scelta e della versione di Darren Criss?

J:  Penso sia stata eseguita molto bene. Noi non seguiamo Glee, semplicemente perché non ne abbiamo il tempo, ma molti nostri amici si.  Ho trovato giusta la scelta nella story line, accostarla al tema del suicidio e del bullismo causato dall’orientamento sessuale. Ci piace che la canzone sia stata accostata ad uno show che fa parte della televisione di qualità, e che porta alla luce questo argomento e non magari ad un reality. Siamo felici del messaggio che c’era dietro la canzone, e che sia in uno show che cerca di inspirare i giovani ad essere più coinvolti nella musica, nel teatro, nei musical. Siamo molto contenti perché non solo ha portato l’attenzione su di noi, ma in particolare ha sottolineato questo problema molto diffuso, e siamo onorati di essere dietro questo messaggio.

La prima volta che il mondo intero probabilmente vi ha visto è stato lo scorso Agosto a gli Mtv Video Music Awards con un’esibizione davvero energetica. Quanto è stata importante per voi quell’esperienza?

J:  Nessuno di noi si aspettava di avere un’opportunità del genere, che ha la forza di spingerti proprio davanti ai riflettori dei media. Io ero esitante all’inizio, perché credo che Mtv negli anni abbia perso credibilità come veicolo e fonte di musica, ma il fatto che noi fossimo l’unica band live quella sera ci ha aiutato molto. Abbiamo fatto una performance totalmente diversa rispetto ad esempio a Lil Wayne e a gli altri artisti pop con ballerini al seguito. E sono contento che siamo riusciti a ricreare un ambiente a noi familiare, con i nostri fan e amici di Irvine sotto al palco, che ci hanno aiutato ad essere a nostro agio e a creare l’atmosfera da live show. E secondo me noi eravamo su quel palco nel modo giusto, perché ho visto rock band su quel palco che erano solo delle grandi produzioni, mentre noi abbiamo cercato di rimanere umili. Sono molto soddisfatto del risultato, mentre all’inizio ero molto spaventato, e invece penso siamo riusciti a trasmettere il modo di come facciamo noi realmente musica.

E’ difficile essere una giovane band in un momento di crisi mondiale e crisi dell’industria musicale come questa?

S:  Si lo è. Ma ritengo che siamo anche stati fortunati di essere nati come band dopo l’era dell’online, non come grandi band come Coldplay, Red Hot Chili Pepper o Radiohead che convivono con il problema di non vendere più dischi e che quindi cercano in tutti i modi di sorprendere le aspettative del pubblico per farlo tornare a comprare musica.

Voi avete rilasciato la vostra musica prima digitalmente infatti…

S:  Si, esatto, noi siamo abituati a questo tipo di processo. Siamo noi stessi i primi ad ascoltare musica che la gente può scaricare gratuitamente. Sappiamo come farci un nome lì fuori, e come sfruttare il web per tenere coinvolti i fan.  Credo che essere una giovane band oggi ti dia un po’ di vantaggio, perché  non ti aspetti grandi cose, sai che questa è la situazione e cerchi di prendere solo il meglio. Quindi non siamo delusi, anzi siamo parecchio felici di come ci stiano andando le cose.

Il 2e il 3 Maggio sarete in concerto a Roma e Milano: avete pubblicato un solo album, avete in programma delle cover?

J:  Abbiamo appena concluso il tour in Nord America che è andato alla grande, abbiamo suonato in tutto il paese e ci siamo fatti le ossa on the road. Suoneremo tutto l’album, più qualche canzone nuova e una vecchia canzone, che risale a prima del nostro album, ma niente cover, riusciamo tranquillamente a fare un’ora e mezza di show. Non sarà come ascoltare l’album perché noi cerchiamo sempre di creare un live set adatto a dove andiamo a suonare, e spero che questo piaccia alla gente.

Quindi state già lavorando al nuovo album?

S:  Si , assolutamente. Contiamo di entrare in studio di registrazione il prima possibile, appena torniamo a casa. Abbiamo parecchie nuove canzoni e nuove idee. Ora siamo anche curiosi di vedere come il pubblico italiano reagirà ai nuovi brani. Diciamo che stiamo testando durante i live le nostre nuove idee, quindi si vedrà…

Sono molto belli i vostri video delle “In the Open” Session, dove suonate i vostri brani in luoghi sperduti che avete trovato lungo la vostra strada in tour. Avete in programma nuovi video, magari girerete qualcosa a Roma?

S: Questa è un idea! Ma in realtà no, abbiamo appena finito di girare le “In the Open” session per quest’album passato e ricominceremo a fare video con il nuovo album. Quindi appena sarà pronto ricominceremo a filmare e magari potremmo tornare qui.

J: Magari… se il budget ci permette di tornare a Roma per registrare un video!

Questo è stato un grande anno per voi qual è stata la cosa più incredibile che vi è capitata?

S: Spero proprio domani! (riferendosi al Concerto del Primo Maggio in Piazza San Giovanni a Roma) Il tour americano appena concluso è stato composto di circa 60 date e sono andate tutte sold out, ad eccezione di una data, l’ultima! Quindi siamo contenti di come stiano andando le cose e che negli States siamo conosciuti come una band che è meglio live che nel disco e spero che anche il pubblico italiano reagirà allo stesso modo.

Intervista a cura di Serena Concato

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