RECENSIONE – Ali di Burro

Una ragazza con le ali blu e nere. Un bruco che fatica a diventare farfalla. Ecco l’identikit della protagonista del romanzo Ali di burro, edizioni Albratos. L’autrice, Noemi Azzurra Barbuto, catapulta il lettore nell’animo inquieto di una giovane donna. Il testo è un lungo flusso di coscienza in cui si accavallano insicurezze, torture, sogni, amori e riflessioni di una fanciulla costantemente in lotta con sé stessa.

La ragazza è affetta dalla malattia del secolo: l’anoressia. Ma la sua patologia non è frutto del consumismo. E’ piuttosto una disperata richiesta di amore. La paziente, di cui non ci è dato di conoscere il nome (espediente letterario che, in qualche modo, facilita il processo di transfert),  si sente abbandonata.

I genitori hanno divorziato quando lei era molto piccola. Entrambi si sono fatti un’altra famiglia. E, giorno dopo giorno, lei si è sentita messa da parte. Per questo, dice, “si rivale sul wc”.

La crisalide si modella, si allena, si mette alla prova; intraprende un pericoloso gioco di pieni e di vuoti attraverso il quale si illude di avere il controllo su stessa e sugli altri. Appare forte, fortissima fuori, ma cela la sua debolezza dietro un’ostentata perfezione che ricerca in maniera ossessiva. Ricorda molto la ballerina del film Il Cigno Nero, Nina, interpretata da Natalie Portman.

Esile, debole, sempre più magra, il personaggio femminile creato dalla penna tagliente della scrittrice calabrese si prepara alla vita. Pensa che, solo quando sarà conforme al suo ideale di donna, potrà rompere il bozzolo e spiccare il volo. La farfalla in questione, però, ha ali di burro che si sciolgono al contatto con la realtà.

Io credo che noi donne spesso nasciamo con la capacità straordinaria e nello stesso tempo pericolosa di trasportare i nostri sogni nella realtà, confondendo abilmente i due piani e disperandoci quando la realtà si rivela non conforme alle nostre fantasie e ai nostri desideri cercando di renderla sempre più come deve essere, come dovrebbe essere, come sarebbe se solo…Ma è un gioco a somma zero che ci vede sempre perdenti.

Il ritmo della scrittura è incalzante, segue le contrazioni dello stomaco della protagonista. Noemi Azzurra Barbuto disdegna gli orpelli, i pleonasmi, i virtuosismi della lingua e ci racconta in maniera chirurgica il baratro in cui è precipitata la sua antieroina. Le parole impresse sulla pagina sono sassi lanciati nell’anima e nello stomaco dei lettori.

Iniziai presto a sentirmi sempre più debole. Non potevo più contare sul mio corpo. Mi saltarono le mestruazioni e non riuscivo a trascorrere tante ore in palestra, mi affaticavo facilmente. Mi sforzavo ma mi mancava il respiro, il mio cuore accelerava e io rallentavo.

 Per nascere si deve morire, o per lo meno, sembra voler dire chi scrive, una parte di noi, la peggiore, quella che ci ingabbia, deve essere uccisa. Ma sbrogliare la matassa delle nostre paure è non affatto semplice; la rinascita comporta un percorso lento e doloroso. La farfalla è il simbolo della liberazione dalle trame intricate che noi stessi abbiamo creato.

Questo mondo è troppo duro per una farfalla che, in fondo, attende e vive solo per volare. Eccola lì, piccolina, cerca di prendere aria ma non ce la fa, tuttavia continua a volare a fatica, si trascina in qualche parte, cerca un rifugio, dove vivere nascosta il suo primo e ultimo giorno di vita.

Il piccolo vermiciattolo, alla fine, si tramuterà in farfalla. L’amore tanto agognato, l’amore in tutte le sue forme, ispessisce le sue ali e le consente di affrontare il mondo a testa alta, senza paura. Il sentimento amoroso, secondo la giovane romanziera, è l’unica cura efficace per una malattia che spesso colpisce chi è più sensibile e ha una gran fame di affetto; un cibo difficile da reperire in frigo e che, una volta fagocitato, non può essere buttato fuori infilandosi le dita in gola.

Prendere le cose come vengono, non lottare contro il flusso e il riflusso della vita, ma lasciarsi andare- così bisognava comportarsi”. Katherine Mansfield, scrittrice neozelandese, amica di Virginia Woolf, tra le righe del racconto Alla baia, dava lezioni di vita ai suoi lettori. Lo stesso prova a fare la sua epigona calabrese, Noemi Azzurra Barbuto. La ventottenne reggina, nel suo romanzo d’esordio, parla al cuore delle donne. Prima le mette di fronte ad uno specchio crudele e le costringe ad osservare le manie e le fisime che le rendono schiave e, dopo averle torturate a dovere, le esorta a vivere.

 “Vivete, donne!”, strilla il corpo martoriato della protagonista, risorgendo dalle proprie ceneri. La vita sgorga fragorosamente dalle pagine finali del romanzo. E travolge tutte le aspiranti farfalle che, dopo aver chiuso il tomo, si librano nell’aria e volano via lontano.

Ali di burro è un libro da leggere distese sul divano; una terapia d’uro, dura, come la realtà, ma  necessaria, come la verità. I signori uomini, tuttavia, non si sentano esonerati: anche a loro è adatta, o meglio, è vivamente consigliata, questa lettura. Padri, fratelli e compagni ne trarrebbero, di sicuro, giovamento.

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