Il mercato editoriale ha un andamento spesso misterioso. Ci sono libri che sembrano destinati a diventare dei bestseller che, una volta arrivati sui tavoli delle librerie, vengono del tutto snobbati dai lettori e libri che esordiscono in sordina e divengono dei veri e propri casi editoriali. Davanti ad un libro primo in classifica per molte settimane capita in ogni caso di domandarsi quale sia il segreto del suo successo. Sarà l’autore, la trama, la storia o la scrittura? Sarà per l’argomento trattato o è solo una questione di marketing? In certi casi si può affermare senza remore che la pubblicità e, soprattutto, la televisione facciano la loro parte. In altri, invece, è semplicemente una questione di gusto o di momento storico. Chi entra il libreria a volte è già orientato ad un certo tipo di acquisto perché si lascia guidare dalle recensioni, dalle interviste agli autori, insomma: è influenzato da quanto ha appreso di quel testo. I lettori forti, coloro che leggono più di 12 libri all’anno e amano gironzolare tra gli scaffali delle librerie, adottano sicuramente altri criteri di scelta. Leggono le quarte di copertina, sono affezionati ad alcuni autori e ci tengono ad avere tutti i loro libri, si lasciano tentare dai titoli e guardano con aria di sufficienza i bestseller in vetta alle classifiche.

 Il rapporto che ciascuno di noi ha con la lettura è molto personale. Eppure ci sono testi che mettono d’accordo un pò tutti e diventano delle pietre miliari delle nostre biblioteche. Penso, ad esempio, a Gomorra di Roberto Saviano. Il romanzo inchiesta sul clan dei casalesi, uscito nel 2006, ebbe un effetto dirompente. Il libro di Saviano ha avuto il merito di far capire al mondo che la mafia è un problema di tutti non solo di chi ci vive a stretto contatto. Dopo “Gomorra” la letteratura sulle mafie, in particolare su ‘ndrangheta e camorra casalese, è aumentata. C’è maggiore attenzione a queste tematiche. Ma i tempi sono cambiati. Al governo non c’è più Berlusconi che ci intrattiene con squallide barzellette e contraddice dati allarmanti con le sue opinioni personali sul numero di avventori nei ristoranti e di passeggeri sugli aerei. La crisi e il governo Monti mietono vittime ogni giorno, e chi legge cerca nei libri il coraggio per andare avanti, nonostante i tagli. Non voglio sapere quante donne ha il Cavaliere o chi ha intascato la mazzetta più alta, ma vado in cerca di un antidoto contro la depressione. Cerco storie di persone che ce l’hanno fatta. Che sono sopravvissute ai fallimenti, agli errori e, anzi, hanno trovato un modo, magari fantasioso, per uscirne. Autoconsapevolezza e soluzione del problema. Non è un caso, infatti, che il romanzo autobiografico di Massimo Gramellini, “Fai bei sogni”, sia in testa alle classifiche da settimane e sia arrivato alla nona edizione. “Fai bei sogni” è un manuale per chiunque abbia il terrore di lasciarsi andare e di inseguire, senza angosce e sensi di colpa, la propria naturale inclinazione alla felicità. Il giornalista torinese racconta il suo percorso di riconciliazione con la parte più profonda di Sé: l’inconscio. Per anni aveva rimosso la verità sulla morte di sua madre. Sapeva ma non voleva accettare una realtà troppo dolorosa. E questo non gli permetteva di vivere serenamente. Di realizzarsi a pieno. Fino a che la scrittura non l’ha messo di fronte al suo demone. Ed è stato costretto ad affrontarlo. L’autore era bloccato. C’era qualcosa che gli tarpava le ali. Quando finalmente ha cacciato il mostro che abitava dentro di lui, ha spiccato il volo.

C’è chi invece coltivava dei sogni, aveva fatto dei progetti e si era speso per realizzarli e li ha visti andare in fumo. Ma, invece di abbattersi e piangersi addosso, si è costruito una nuova vita. Questo è il caso di Juliet, la protagonista del fortunato romanzo di Amy Bradley, “Amore, zucchero e cannella”. Juliet ha un lavoro, un fidanzato e molte amiche. La sua sembra una vita perfetta. Le rimane solo un sogno da coronare: una casa tutta per sé da divedere col suo amato Simon. Ma, proprio quando sta per aggiungere l’ultimo mattone al suo castello fatato, la costruzione va in frantumi. Juliet potrebbe languire nel suo dolore e seguitare a vivere nel suo disordine. Lasciarsi andare e divenire preda dei suoi fantasmi per lei sarebbe quasi naturale. La vita, però, non glielo consente. Juliet si siede alla macchina da cucire e si confeziona un grembiule. Coglie al volo una nuova opportunità di lavoro e tra una peripezia e un’altra si rimette in moto. E, anche quando perderà l’impiego a causa di un capo molesto, e scoprirà scottanti verità sui suoi genitori, riuscirà ad affrontare la crisi in maniera creativa. Pensiamo di essere padroni del nostro tempo, artefici del nostro destino e infallibili realizzatori di vite perfette preconfezionate e appena ci rendiamo conto che non è così, che siamo esseri limitati e finiti e, come tali, non possiamo pianificare tutto e prendere di governare con la nostra ragione la molteplicità caotica e irrazionale degli eventi, ci sentiamo frustrati. Ma l’intelligenza, ovvero la polumetis (capacità di adattarsi ad una molteplicità di situazioni diverse) di cui era dotato lo scaltro Ulisse, ci viene in aiuto. Sempre che non ci si lasci fregare dal panico, dalla paura e dalla disperazione. Chi ne cade preda spesso ricorre a degli specialisti. Si rifugia nei farmaci dei quali, a lungo andare, diviene schiavo, senza sapere che la miglior cura per la depressione è la bellezza.

Vi starete domandando di che bellezza si stia parlando. Se pensate alle opere d’arte, ai quadri, a meravigliosi paesaggi assolati o a un bellissimo volto sorridente, siete fuori strada. Certo, anche questi ricettacoli di meraviglie che riempiono gli occhi, la mente e il cuore, possono essere utili alla guarigione delle anime tormentate alla costante ricerca di sé stesse. Ma non bastano. La bellezza terapeutica, in questo caso, si cela tra le pagine dei libri. E i fenomeni editoriali del momento lo dimostrano.

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Italo Svevo, Hermann Hesse, e tanti altri, ci hanno insegnato che la scrittura è un farmaco. Non si comincia a scrivere mai per caso. Chi mettere nero su bianco i suoi pensieri ha bisogno di comunicare qualcosa al mondo. Dona una parte di sé, della sua storia, del suo vissuto, anche se fantastico. Fornisce un exemplum. Così che chi legge possa imparare e servirsi delle vite degli altri. Il lettore si affeziona ai personaggi. Piange, ride e soffre insieme con loro. E nel farlo, come sosteneva Aristotele nella sua Poetica in merito alla tragedia greca, si libera, allontana i suoi fantasmi, specchiandosi nell’altro. La catarsi non può avvenire senza il rispecchiamento che prelude la presa di coscienza del proprio essere. Nel caso di Gramellini, ad esempio, è stata proprio la penna a mettere nero su bianco la verità rimossa dall’inconscio. Alcuni autori scrivendo si confrontano con i propri demoni. Tra le righe incontriamo le loro ossessioni, grazie ad alcuni personaggi esorcizzano le loro paure e si liberano vivendo magari la vita che avrebbero voluto condurre o facendo morire chi non possono uccidere materialmente. Lo stesso accade a chi legge. I veri scrittori avvertono il bisogno impellente di scrivere. C’è qualcosa che si muove dentro. Cresce, sedimenta, ti logora fino a che sei costretto a tirarla fuori. Oriana Fallaci paragonava la scrittura al parto e i suoi libri ai figli. Per Amelie Nothom invece una storia è meglio di una sbronza. Il culmine del processo creativo ti porta a vomitare sulla pagina. Le dita corrono sulla tastiera. I personaggi vivono la loro vita e, a volte, sorprendono anche il narratore. La storia si svolge dinanzi agli occhi del suo sceneggiatore e regista. Proprio come accade nella vita.

In Italia la biblioterapia è una tecnica quasi sconosciuta almeno per i non addetti ai lavori. La disciplina è nata negli anni ’30 del secolo scorso in America. Il primo a credere nel carattere terapeutico del libro è stato lo psichiatra William Menniger. Oggi la biblioterapia è utilizzata in tutti i reparti psichiatrici inglesi e americani. Le autorità sanitarie inglesi hanno stilato una lista di 35 titoli da utilizzare per la cura di ansia, depressione e disturbi sessuali. Nel nostro paese alcune Asl si stanno adeguando agli standard europei. Da qualche anno si sperimentano letture guidate da psicoterapeuti e gli scaffali delle librerie tracimano di manuali per curare disturbi di vario genere. Pare, infatti, che si moltiplichino i casi di strutture ospedaliere che organizzano gruppi di lettura oppure si dotino di biblioteche per sostenere i parenti dei degenti e consentirgli di comprendere la patologia del proprio congiunto. Per ora, tuttavia, esiste un unico sito ufficiale dedicato all’argomento creato dalla dottoressa Rosa Minnino, psicologa e psicoterapeuta, direttore scientifico della rete Nuove Dipendenze. “Un buon libro è strumento di  conoscenza, crescita cognitiva, psicologica e sociale  nel percorso di tutta la vita. www.biblioterapia.it è il primo ed unico sito web in Italia dedicato alla biblioterapia e al libro come strumento di conoscenza, di terapia, di acquisizione di consapevolezza, di addestramento, di rinnovamento, di crescita personale e collettiva”, si legge nella presentazione del sito. “Le nostre attività promuovono il libro e la lettura attraverso conferenze, corsi di formazione e convegni, contemplano la recensione di libri che riteniamo utili in tal senso nelle diverse aree tematiche di cui ci occupiamo”. A giudicare dagli eventi elencati sembra che l’attività della dottoressa Minnino, che riceve i suoi pazienti e tiene i suoi corsi a Tivoli a due passi dalla villa di Adriano, sia intensa.  Dunque la biblioterapia funziona? La pioniera italiana della pratica, ovviamente, dice di sì.  A volte, però, sostengono gli esperti, in questo campo il passaparola è più efficace dei manuali, e il meccanismo di transfert che si crea tra autore-lettore e personaggi aiuta il “paziente”, medico inconsapevole di se stesso, a riconoscere il proprio male interiore autonomamente.

La lettura ci mette in contatto con la parte più profonda del nostro essere. Un buon libro ci fa viaggiare a prezzi contenuti senza spostarci di casa. Le nostre preoccupazioni, i nostri affanni, i problemi del vivere quotidiano, svaniscono quando ci immergiamo nelle pagine di un romanzo. E, una volta giunti alla fine, al termine del viaggio, vorremmo ricominciare daccapo per non abbandonare i nostri compagni. Perciò, chiunque voglia sperimentare il potere taumaturgico dei libri, senza ricorre a psicologi e psichiatri, o impelagarsi in “miracolosi” manuali, può consultare il primo blog italiano dedicato interamente all’argomento http://thesocialreading.blogspot.it e condividere con altri i propri percorsi di lettura\cura.