Il Primo Uomo di Gianni Amelio

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Il Primo Uomo di Gianni Amelio

Nell’Algeria della Rivoluzione Amelio si Confronta con le Riflessioni di Camus.

Albert Camus, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1957, scrittore, filosofo e simbolo della riflessione etica esistenzialista atea: è sul suo romanzo incompiuto, ricostruito meticolosamente dalla figlia Catherine e pubblicato postumo (Il primo uomo) che è basato l’omonimo film di Gianni Amelio, vincitore del Premio Internazionale della Critica al Festival di Toronto.

In un’Algeria arsa dal conflitto sociale e dalla violenza etnica, Jacques Cormery (alter-ego dello scrittore) torna nel Paese natìo confrontandosi con la nuova controversa situazione politico-sociale che prelude alla rivoluzione, cercando di ricostruire la memoria del padre, morto in guerra quando aveva solo sei mesi: attraverso la ricerca del suo personaggio Camus rivive le emozioni del passato, ripercorrendo i ricordi della sua infanzia ed evocando le figure chiave nella sua crescita, finendo per far emergere il ritratto di un “primo uomo” ideale, potenzialmente presente in ogni individuo.

Il primo uomo è il classico esempio di come il racconto della Storia sia più efficace quando entra in contatto con la “storia con la s minuscola”, con quelle esperienze individuali che rendono vivo, reale e tangibile il confronto con i grandi mutamenti del corso degli eventi: ed è in questa direzione che va Gianni Amelio con il suo ultimo film, che rielabora le pagine di Camus colorandole di una quotidianità povera ma dignitosa e strappando dialoghi e riflessioni direttamente dalla propria esperienza autobiografica. “Nell’infanzia di Camus ad Algeri ho ritrovato le tracce della mia Calabria nel secondo dopoguerra” ha dichiarato “Non capita spesso a un regista di avere in dono una storia così alta da raccontare. Io ho voluto che diventasse anche la mia storia non per presunzione ma per umiltà. Ho fatto questo film per un atto d’amore”.

Il primo uomo è un’opera elegante e asciutta, che lavora sulla sottrazione degli elementi e che in particolare valorizza il pudore e la dignità delle figure che popolano la storia, dal protagonista alle due grandi donne che hanno influenzato il suo modo di essere e di rapportarsi alla vita: con umiltà e delicatezza Amelio mescola la sua infanzia a quella di Camus e attraverso questa ricostruzione emotiva e personale del pensiero del filosofo non cede a quelle semplificazioni sbrigative che spesso hanno accompagnato l’immagine storicamente codificata dello scrittore francese.

Con un cast che affianca ad attori professionisti (ottimi Jacques Gamblin, Maya Sansa e Catherine Sola) a tantissimi volti strappati dalla strada, compreso lo spontaneo e intenso protagonista bambino (Nino Jouglet) Gianni Amelio dà vita a un ritratto storico organizzato come un mosaico di riflessioni che intrecciano l’età adulta ai ricordi infantili e che gradualmente porta sullo schermo non solo la vicenda di un uomo ma un quadro politico (nonché sociale) quanto mai attuale: lontanissimo da quel cinema che persegue pedissequamente una tesi e punta al convincimento ‘coercitivo’ dello spettatore, il regista trasferisce sullo schermo le diverse posizioni che si contrapposero in Algeria, fra chi sosteneva l’importanza di un intervento rivoluzionario che prescindesse dall’esplosione della violenza (condivisa da Camus e riportata nelle parole del protagonista) e chi invece non credeva possibile una soluzione diplomatica (“Qualche volta bisogna stare dalla parte dei barbari” stigmatizzerà il professore di Cormery).

Il primo uomo dimostra quindi tutta la sua estrema contemporaneità, con riflessioni e riferimenti che paiono strappati dalle cronache quotidiane provenienti dalle aree della cosiddetta “Primavera Araba” o da quei territori che da decenni sono coinvolti in spietati conflitti etnici: Amelio però non cerca una rappresentazione algida delle dinamiche della ribellione e cerca nell’umanità e nell’approccio personalissimo la cifra distintiva del suo progetto, che alla contestualizzazione storica non fa mancare il calore dell’esperienza personale.

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