Roba da Matti di Enrico Pitzianti

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Roba da Matti di Enrico Pitzianti

A Casamatta Sono Tutti “Matti” Per Amore

Raccontare per immagini e parole la normalità della follia e rendersi conto che alla fine quello che si è visto e sentito è la messa in quadro della follia dei normali, è ciò che emerge dagli ottanta minuti che vanno a comporre il toccante e intenso docu-film di Enrico Pitzianti, Roba da matti. In questa piccola perla del cinema del reale indipendente made in Sardegna, che approda nelle sale del “Continente” a partire dal 20 aprile dopo una fortunata distribuzione tra le mura amiche (circa 4500 spettatori), il regista del pregevole Tutto torna (2008) porta sul grande schermo le vicissitudini burocratiche, economiche e logistiche, di Casamatta, una residenza socio assistenziale in quel di Quartu Sant’Elena in cui vivono otto persone con disagio mentale.

Col sostegno costante degli operatori il gruppo vive una vita normale in una casa speciale. Una struttura considerata all’avanguardia nel panorama italiano e mondiale, un luogo dove le persone con sofferenza mentale possono aspirare a ricostruirsi un’esistenza. Purtroppo la casa, dopo 17 anni di attività, rischia di chiudere. L’associazione che la gestisce non riesce più a far fronte alle spese, il contratto d’affitto è in scadenza e il proprietario non intende rinnovarlo. È un momento molto difficile, ma Gisella Trincas, presidente dell’associazione Asarp Casamatta e sorella di una delle ospiti, è una donna tenace. Sostenuta dagli altri familiari, affronta le difficoltà ed è fermamente decisa a trovare una soluzione.

Costruito come se fosse un film di finzione attraverso snodi narrativi e un linguaggio cinematografico che mescola drammaturgia e documentazione del reale, Roba da matti narra proprio i piccoli grandi eventi di una sorta di “odissea” istituzionale affrontata con dignità, coraggio e carezze, da un gruppo di persone legate da un vincolo affettivo indissolubile. Questo innesca un meccanismo di autodifesa che permette loro di combattere contro i tentativi assurdi e spregevoli di sabotaggio e calunnia immotivata. Il tutto per difendere con le unghie e con i denti il diritto a una vita normale, a una quotidianità libera e lontana dalle recinzioni dei presidi riabilitativi molto più vicini a lager che a strutture socio assistenziali e sanitarie dove poter ospitare uomini e donne affetti da disturbi mentali.

Si finisce così a raccontare di un meraviglioso atto di resistenza pacifica e civile, condotta impugnando armi come il sorriso, il rispetto, gli abbracci e la voglia di non mollare. E alle fine a contare è la grande lezione di umanità che il film diffonde grazie alle parole e ai gesti che i protagonisti, con estrema naturalezza e partecipazione emotiva agli eventi, lanciano al di là dello schermo. Persone che il regista sardo mette tutte sullo stesso piano (residenti e operatori), trasformando di fatto coloro che l’ignoranza e il pregiudizio altrui bollano semplicemente come esseri umani incapaci di intendere e volere, in uomini e donne come tanti con una quotidianità da affrontare. Questo perché quelle stesse persone hanno dei sentimenti e meritano rispetto. Tuttavia c’è qualcuno pronto a negarglielo, quasi fosse una colpa della quale si sono macchiati e non una condizione che non hanno scelto. Qui sta la vera follia e loro sono i veri matti. Basaglia e tanti come lui per fortuna si sono battuti contro l’ignoranza e il pregiudizio; purtroppo la lotta è ancora lunga e Roba da matti sta a testimoniarlo, un po’ come hanno fatto precedentemente Si può fare di Giulio Manfredonia o C’era una volta la città dei matti di Marco Turco.

Da questo punto di vista l’opera non ha pretese scientifiche. Non è – in senso stretto – nemmeno un’inchiesta, ma piuttosto una testimonianza e una denuncia nei confronti delle Istituzioni che ostacolano invece di aiutare queste strutture “alternative”. Come l’indimenticabile documentario a episodi diretto nel 1975 da Silvano Agosti, Marco Bellocchio, Stefano Rulli e Sandro Petraglia, ossia Matti da slegare, la tesi è racchiusa nel titolo del film stesso: i malati mentali sono persone “legate” in molti modi e per diverse cause. Se si vuole curarli (non guarirli, ma almeno impedire che vengano guastati dai metodi tradizionali) occorre slegarli, liberarli, reinserirli nella comunità. Da parte sua, Pitzianti entra in punta di piedi in un microcosmo che a sua volta restituisce alla videocamera e allo spettatore di turno una storia di straordinaria normalità e non di malattia. Lo fa osservando e allo stesso tempo interagendo (senza l’uso di interviste) con coloro che quel microcosmo lo animano, tanto da diventare agli occhi dei fruitori parte integrante e non corpo estraneo.

Il grande merito dell’opera è, infatti, quello di avere tramutato in protagonisti quelle persone che la storia ha sempre mostrato come vittime. L’attenzione si sposta dal disaggio ai loro sentimenti, sogni, affetti e paure. Schivate abilmente la spettacolarizzazione e il ricatto morale, il regista cagliaritano ribalta la prospettiva firmando un film che non parla di cura, bensì di relazioni. In tal senso, Roba da matti conta e vale come atto di amore e di rispetto per l’uomo che, anche quando è “diverso” e malato in modo sconvolgente (catatonici, mongoloidi, paranoici, schizofrenici) è sempre preso sul serio. Siamo sulle traiettorie emotive tracciate ancora una volta da Rulli che, nel suo Un silenzio particolare (2004), porta sullo schermo una storia in bilico tra documentario e cinediario privato, partendo proprio dalla sua esperienza familiare e dalle emozioni che da esse scaturiscono. Le stesse emozioni che riviviamo a otto anni di distanza attraverso il collage di momenti che segnano un’esperienza lunga un anno dentro e fuori da Casamatta, capaci che regalare lacrime e commozione (il trasferimento di Lory), ma anche tanti sorrisi (la ginnastica nel salotto).

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