Diaz di Daniele Vicari

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Non Pulite Questo Sangue: Vicari nell’Inferno della Democrazia Italiana

È il 21 luglio 2001 quando poco prima di mezzanotte 300 poliziotti in tenuta antisommossa assaltano il complesso scolastico della Diaz, che in occasione del G8 di Genova era stato assegnato al Genoa Social Forum per ospitare il media center e un’area di coordinamento ben presto adattata anche a dormitorio per fare fronte al gran numero di manifestanti rimasti senza una sistemazione. È l’inizio di una delle vicende più infamanti della storia recente del nostro Paese, passata alla cronaca con la definizione di “macelleria messicana” attribuitagli da Michelangelo Fournier, che durante il G8 di Genova ricopriva l’incarico di vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma: per Amnesty International l’irruzione alla Diaz e il conseguente trasferimento di alcuni dei fermati nella caserma di Bolzaneto sono stati “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale”.

Sono trascorsi undici anni da quei giorni di violenza e confusione, più di un decennio durante il quale la riflessione collettiva civile ha ingiustamente accantonato questa terribile pagina di storia contemporanea che getta ombre oscure sul concetto di democrazia e sulla facilità di elusione dei più fondamentali diritti civili, mentre i due processi arrancano nelle lentezze e nei vuoti normativi del nostro ordinamento (attualmente è oggetto di studio da parte del Ministro Severino l’ipotesi di inserimento del reato di tortura).

Sono trascorsi undici anni e finalmente si riaccendono i riflettori su Genova e su quel G8 grazie a Daniele Vicari che – giunto alla sua quarta regia nel lungometraggio – sceglie di puntare l’obiettivo su quei nove minuti di blitz e su ciò che ne seguì con un’opera ambiziosa e dallo spiccato respiro civile: Diaz è un film durissimo, asciutto, un affresco a tinte vivide di quei giorni che non nasconde nulla allo sguardo dello spettatore ma che allo stesso tempo non cerca alcuna macabra esaltazione nell’esasperata sovraesposizione della violenza.

Di fronte a progetti del genere è fin troppo comodo (e talvolta addirittura improprio) parlare di cinema “coraggioso”: Diaz prima di tutto è un’opera intelligente, che non cerca risposte e che non cede alla tentazione di incasellare una vicenda complicatissima in schemi semplicistici. I fatti narrati del film sono esclusivamente tratti dagli atti processuali e dalle sentenze della Corte di Appello di Genova (adattati e rimodellati ovviamente per esigenze narrative senza intaccarne o travisarne le caratteristiche) ed è questa la cifra distintiva del film: il rispetto del fatto, il costante impegno a non alternarne la percezione restituendo in pieno il senso degli avvenimenti senza intesservi alle spalle teorie o letture trasversali. Vicari attraverso la sua adesione totale agli atti processuali, alle testimonianze e ai fatti accertati si pone una serie di interrogativi sul ruolo e il senso della democrazia, sui modelli di ordine pubblico e le sue interazioni con la politica (nel senso più ampio del termine): ampliando però lo spettro della sua riflessione, il regista si concentra sulla tragica degenerazione degli eventi, sulla perdita di controllo, sulla sopraffazione dell’altro fino ad addentrarsi nell’inevitabile confronto con il destino, il rispetto e la dignità.

Narrativamente il film si sviluppa attraverso il racconto dell’esperienza di una manciata di personaggi cardine le cui storie sono destinate a incrociarsi in quella notte di orrore: Luca (Elio Germano, da poco in sala con Magnifica presenza), un giornalista della Gazzetta di Bologna giunto a Genova per avere una cognizione diretta di quanto stia accadendo nel capoluogo ligure; l’anarchica Alma (Jennifer Ulrich) che dopo aver partecipato agli scontri ed esserne rimasta sconvolta decide di impegnarsi nell’ufficio persone disperse; Marco (Davide Iacopini), uno degli organizzatori del Genoa Social Forum; Anselmo (Renato Scarpa), un pensionato militante della CGIL rimasto a Genova dopo le manifestazioni per motivi personali; un manager francese giunto in Liguria per business (Fabrizio Rongione); due anarchici francesi, Ethienne e Cecile, impegnati in prima linea nelle devastazioni della città; Max (Claudio Santamaria), vicequestore del primo reparto mobile di Roma, e i suoi compagni del VII nucleo.

Con un utilizzo copioso di flashback e flashforward, Vicari costruisce un impianto narrativo sincopato che sfrutta la molteplicità di punti di vista e che miscela la ricca ricostruzione con immagini di repertorio, sbattendo e imprimendo sulla pellicola tutta la sconcertante irruenza distruttiva (fisica e psicologica) di quelle azioni: Diaz è un film rabbioso ma mai accecato dalla partecipazione emotiva, dove la vergogna e il dolore non si traducono in partitismo ma in una ricerca accorata della verità, da intendersi innanzitutto come riaffermazione potente di ciò che è accaduto fra le mura della scuola in via Cesare Battisti e della caserma/carcere Bolzaneto.

Sinfonia di orrore e violenza dove paiono riecheggiare le riflessioni di Hannah Arendt (La banalità del male ma anche Sulla violenza) Diaz non si propone come affresco storico bensì come un mosaico di esperienze raccolte e riproposte sulla base di un lungo lavoro di documentazione. Certamente non mancano sbavature, qualche imperfezione o una cornice formale talvolta un po’ artefatta, che però non vanno a impoverire in maniera determinante il valore del film: Vicari ha maturato una buona consapevolezza dei suoi mezzi (ne è un ottimo esempio la sequenza del blitz, che sfrutta e riproduce con proprietà stilistica e formale la percezione dilatata del tempo nelle situazioni di pericolo) e si è fatto affiancare da un cast tecnico di primo ordine che va da il montaggio di Benni Atria alla fotografia di Gherardo Gossi, senza dimenticare di citare le musiche composte da Teho Teardo.

Produzione Fandango con partecipazione francese e rumena, girato fra Genova, il Trentino Alto Adige e Bucarest, Diaz con i 130 attori e 8000 comparse provenienti da Paesi diversi è un’opera di denuncia poliglotta e dalle anime numerose, che finiscono però per incastrarsi e sostenersi a vicenda in un progetto articolato e composito che sembra pronto a coinvolgere nel suo percorso un pubblico estremamente vario: mentre già si rincorrono confronti più o meno opportuni, più o meno stiracchiati con altri prodotti dalle attinenze tematiche recentemente approdati nelle sale (ACAB di Stefano Sollima, ma anche Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana oltre a Black Block, il documentario di Carlo A. Bachschmidt che peraltro è stato utilizzato da parte del cast di Diaz come materiale per la preparazione e lo studio dei personaggi) e si accavallano polemiche e discussioni critiche, il film si prepara all’arrivo nelle sale dopo essersi guadagnato attenzione e riconoscimenti al Festival di Berlino e dopo aver collezionato successi nelle varie anteprime che hanno costellato tutto lo Stivale.

Don’t clean up this blood, recita il sottotitolo del film: è finalmente arrivato il momento di fronteggiare i fantasmi più oscuri del nostro passato recente e il cinema può aiutarci a riprenderne coscienza.

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