Ciliegine di Laura Morante

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Ciliegine di Laura Morante

Laura Morante e le Sue Conseguenze dell’Amore

“Mi piacciono i personaggi insopportabili”. A pronunciare queste parole è stata Laura Morante durante la presentazione alla stampa romana dello scorso 11 aprile di Ciliegine. E come darle torto visto che quello che interpreta nella pellicola che segna anche il suo esordio dietro la mcchina da presa non è proprio dei più simpatici. L’attrice si ritaglia e si cuce addosso il ruolo di Amanda ha sempre avuto con gli uomini rapporti complicati, li giudica irreparabilmente inaffidabili, li guarda con sospetto, pronta a cogliere i segni certi dell’arroganza, del tradimento, dell’indifferenza. Secondo il marito della sua migliore amica Florence, un eccentrico psicanalista, Amanda è affetta da androfobia, ossia la paura degli uomini. E’ quindi fatale che qualunque inezia diventi pretesto per interrompere le sue relazioni. Ma la sera del 31 Dicembre accade qualcosa di veramente insolito: con Antoine, un uomo incontrato al veglione organizzato da una collega di Florence, Amanda sembra un’altra, tenera, gentile, indulgente. Florence è stupefatta. E’ possibile che fra i due sia scoppiato un vero e proprio colpo di fulmine? In realtà, vittima di un equivoco, Amanda è convinta che Antoine sia gay, quindi innocuo. Quando Florence si rende conto del malinteso, il marito psicanalista la dissuade dal disingannare Amanda. Perché Amanda possa finalmente guarire, bisogna anzi convincere Antoine a fingersi gay.

Che sia la volta buona per abbandonarsi definitivamente all’amore di un uomo, scacciando dalla testa un “malessere” che permette ai sentimenti di fare solo capolino nel suo cuore, sarà solo lo schermo a dircelo dal 13 aprile, giorno scelto dalla Bolero per il lancio della pellicola nelle sale nostrane con una cinquantina di copie. Saltata per motivi tecnici l’anteprima all’ultima edizione del Bif&St, la commedia diretta dalla Morante (che qui si misura anche nella sceneggiatura e nella co-produzione) approda al cinema dopo una vera e propria odissea produttiva durata la bellezza di sette anni. Visti gli esiti ne è valsa veramente la pena. Ciliegine non è di quelle opere che strappano applausi a scena aperta, ma risulta comunque piacevole e scorrevole, confezionata con attenzione e chiarezza di intenti. Forse un tantino troppo logorroico, ma nonostante tutto ne viene fuori un plot sobrio, come sobria ed elegante è la regia di una Morante che nonostante le innumerevoli traversie ha portato a termini un’operazione degna di nota, dimostrando di sapersi dividere bene tra i diversi ruoli che l’hanno vista impegnata durante la lavorazione. Il tutto a conferma di un trend sempre più diffuso che ha visto nel recente passato e continuerà a vedere sempre più attori o attrici versatili affrontare l’avventura dietro la macchina da presa. Da parte sua, per farla la Morante è dovuta emigrare fuori dalle mura amiche e andare a girare l’opera prima in Francia, terra e relativa cinematografia che rappresenta per lei quasi una seconda casa.

Grazie proprio al produttore Bruno Pesery, la neo regista trasferisce la storia in quel di Parigi e probabilmente questo ha finito con il contribuire alla riuscita di una pellicola che dai colori, dalle atmosfere, dal ritmo e dallo stile transalpino si lascia contaminare e guidare dal primo all’ultimo fotogramma. A guadagnarne in primis sono lo script e la sua messa in scena, che di francese hanno davvero moltissimo. Il merito grande è quello di non aver fatto un film italiano all’estero, piuttosto un film personale che fa suo tutta una serie di elementi tecnici, artistici e soprattutto della vita di tutti i giorni, appartenenti al Dna del Paese dove la suddetta storia è stata calata. Per questo, la pellicola scorre con facilità drammaturgica e narrativa senza alcun intoppo o forzatura, anche grazie alla capacità della Morante di mettere in quadro gli odori e i sapori di una città e di una cultura che pare conosere molto bene. Non è lo straordinario immergersi nei luoghi delle ultime perfomance di Woody Allen, ma il risultato è comunque pregevole. E in questo la fotografia di Calvesi, le musiche di Piovani e i costumi di Agata Cannizzaro, uniti al resto del cast tecnico autoctono, hanno contribuito a dare un look risconoscibile alla storia e a ai personaggi che la animano. Al resto ci pensa il folto cast quasi tutto al francese, che grazie alla qualità recitativa di Pascal Elbé e Isabelle Carré su tutti, permette al film di essere sempre credibile e attaccato alla quotidianeità che racconta.

In Ciliegine c’è uno sguardo rivolto proprio alla commedia sentimentale transalpina, ma anche alla filmografia di Allen per approccio e coralità. Si sorride di un umorismo gioioso, quasi infantile, non di un’ironia distaccata che osserva e mette alla berlina. Un umorismo che si tramuta in una sorta di parodia affentuosa del genere rosa, intriso da una nostalgia prorfonda del romanticismo che la Morante non nasconde, piuttosto si diverte a metterlo in vetrina. Il ritmo serrato e onnipresente dei dialoghi, la fisicità e le nevrosi dei personaggi, in particolar modo proprio quello interpretato dalla stessa Morante è quanto di più personale l’attrice potesse dare al suo esordio alla regia. Chi guardando gli atteggiamanti e il carattere, il modo di gesticolare e i “tic” di Amanda, non ha pensato immediatamente alla galleria di personaggi interpretati nella lunga carriera davanti alla macchina da presa. In lei c’è un po’ di tutti loro, ma questo era inevitabile. Forse è un limite (la ripetitività, l’incapacità di mutare rispetto alla natura del personaggio) oppure un punto di forza (la riconoscibilità), ma questo è secondario. L’importante è che il film funzioni e Ciliegine funziona.

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