Homeland
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Homeland
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Homeland recensione – La faccia scura dell’eroismo

Dopo il successo di serie come WEEDS, BIG C e DEXTER, il canale via cavo Showtime dà vita a Homeland sceneggiata da Howard Gordon, Alex Gansa e Gideon Raff, quest’ultimo autore della serie israeliana che l’ha ispirata.

Senza perdere la sua forte componente psicologica il canale cerca di fare breccia in un pubblico diverso, producendo una spy story che ci porta dietro le quinte dell’Homeland Security.

Homeland ha ottenuto grandi risultati già dalla messa in onda del pilot, che è stato in assoluto il più seguito del network negli ultimi otto anni; un successo che lascia ben sperare in vista della scrittura della nuova stagione.

Se pensate di trovarvi davanti a un prodotto come ALIAS, con spie, sparatorie e quant’altro, beh allora mettetevi comodi, perchè Homeland non è nulla di tutto questo.

La serie ispirata alla fiction israeliana PRISONER OF WAR di Gideon Raff, racconta da una parte il cambiamento del sistema di sicurezza nazionale dopo il fallimento dell’11settembre, dall’altro le difficoltà di un militare nel tornare alla sua vita normale dopo anni di prigionia.

È quindi uno show che parla di terrorismo con un linguaggio televisivo, e lo fa seguendo una propria coerenza interna e limitando le forzature.

Homeland

Fin dai primi momenti lo spettatore viene informato che il sergente Brody sa più di quello che racconta (vediamo i suoi flashback e le sue risposte contrastanti) mentre tutti i personaggi ne rimangono all’oscuro. Come un tarlo Homeland continuerà così a girare nella testa degli spettatori insieme alla sicurezza di aver già capito tutto.

Homeland  è riuscito ad andare decisamente più in là. La profondità dei protagonisti, ampliata da una dissezione multicromatica della sfera privata dell’individuo risulta essere il punto di forza di un serie che evidenzia la discrepanza tra pubblico e privato, non più come metafora di una via per nascondere turpitudini, bensì come strumento fondamentale per far funzionare la società.

È il mimetismo sociale che consente alla vita comune degli individui di proseguire senza eccessiva ansia nonostante la pressione delle singole sfere private, a mio parere il fulcro vitale di questa serie targata Showtime. La maschera diventa necessità e punto debole, breccia attraverso cui la società può essere scardinata e corrosa dall’interno.


PRO:

  •  un’ambientazione di chirurgica freddezza che si muove tra la base militare di Langley in Virginia, Washington DC, a pochi passi dalla Casa Bianca, e i deserti dell’Iraq, dove la storia inizia;
  •  l’ottima interpretazione da parte dei due protagonisti Claire Danes  e Damian Lewis;
  • la trasposizione dell’azione nel mondo dell’elite militare americana, quei Marines che hanno da sempre arricchito l’immaginario cinematografico hollywoodiano, favorisce la creazione di un punto di vista differente;
  • la videoconfessione di Brody è un atto d’accusa verso i vertici dell’amministrazione americana dell’ultimo decennio che ha pochi precedenti nella TV d’intrattenimento in prima serata – il gesto ardito, in realtà, non risiede tanto nella circostanziata accusa, non vera ma assolutamente verosimile, quanto nel personaggio che se ne fa carico, Brody è un marine degli Stati Uniti d’America.

CONTRO:

  •  rinnovo in corsa che ha costretto a una riscrittura del finale;
  •  rappresentazione spesso troppo semplicistica della società, delineata attraverso una semantica di significati/significanti che pesca a piene mani dalla banalità – si pensi ai ruoli assegnati a bionda e mora nella vicenda sentimentale, o il ruolo di cattivo tout-court cucito attorno all’afroamericano e in parte anche all’arabo;
  • (sotto pressante richiesta da parte della redazione) il protagonista principale della serie viene continuamente e da tutti i coprotagonisti chiamato per cognome (incluso moglie, amante, amico).

 

Homeland

THE SHOW MUST GO ON

L’episodio finale della stagione seppur riadattato in previsione di una seconda stagione, è decisamente solido.

 A patto di tollerare la debolezza di alcune situazioni utili al prosieguo della trama in una seconda stagione – su tutte l’incontro tra Brody e Walker, e il cavo elettrico difettoso del giubbotto/bomba – il susseguirsi degli eventi che porta l’attentato a fallire gode di una buona costruzione sostenuta da un ottimo ritmo.

L’illuminazione finale di Carrie: “Questo non devo dimenticarlo” (riferito al nome del figlio di Abu Nazir, più volte sussurrato da Brody durante la notte) è ovviamente il fulcro attraverso cui ruoterà la prossima stagione, nell’attesa del recupero dei ricordi solo momentaneamente smarriti.

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Valentino Cuzzeri
Valentino Cuzzeri
Appassionato delle potenzialità dei nuovi media e la loro scientifica misurabilità, intraprende una carriera accademica incentrata sul Digital World. Fermamente convinto che il web rappresenti la nuova frontiera nell’ambito della comunicazione e dei Brand, inizia la propria esperienza lavorativa collaborando come consulente con alcune delle più grandi agenzie di comunicazione e marketing non convenzionale.

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