Piccole Bugie tra Amici di Guillaume Canet

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La Verità Prima o poi Viene a Galla nel Nuovo Film da Regista di Guillaume Canet

La verità prima poi e destinata a venire a galla e con essa le piccole-grandi bugie che sono servite a occultarla. La scelta di ambientare una storia a Cap Ferret, località balneare francese celebre per la bassa marea che puntualmente alle ore 18 circa fa riemergere secche e dune dalle acque del mare cristallino lasciando impantanate barche alla deriva nella fanghiglia, è abbastanza indicativo del messaggio che il film in questione vuole trasmettere alla platea di turno. In tal senso, Guillaume Canet sembra volercelo ricordare proprio attraverso una sottile metafora che va letta nelle pieghe narrative del plot della sua terza fatica dietro la macchina da presa, quel Les petits mouchoirs ripescato macchiavellicamente dalla Lucky Red a due anni di distanza dalla presentazione fuori concorso al quinto Festival Internazionale del Film di Roma.

L’onda del recente successo di alcuni dei suoi interpreti ha permesso, infatti, al film di acquistare quotazioni sul mercato e di rilanciarlo fuori dalle mura amiche: da una parte la statuetta portata a casa da Jean Dujardin all’ultima edizione della notte degli Oscar per la migliore interpretazione maschile con The Artist, dall’altra lo strepitoso riscontro ottenuto in Europa dal protagonista di Quasi amici, ossia François Cluzet. Biglietti da visita, i loro, che si sono andati ad aggiungere a quelli forniti da altri due pezzi da novanta presenti nel ricco cast, il premio Oscar Marion Cotillard e Benoît Magimel, che hanno finito con il convincere definitivamente il distributore italiano (e non solo) a ripescarlo dalla soffitta prima del previsto. Sono loro del resto, insieme alla sceneggiatura, gli assolo di una sinfonia audiovisiva che lascia il segno.

Dopo i 6 milioni di biglietti venduti in madre patria, esce così nelle sale nostrane a partire dal 6 aprile con il titolo di Piccole bugie tra amici, la nuova pellicola diretta da uno degli attori transalpini più celebri del panorama nazionale e internazionale (da The Beach di Danny Boyle a L’enfer di Danis Tanovic), che grazie all’ottima prova corale offerta dai suoi bravissimi colleghi porta sul grande schermo una tragi-commedia dolorosa e gioiosa al tempo stesso, capace di mescolare in maniera efficace paura e speranza, sgomento e ironia, indicando attraverso le situazioni e i personaggi che le animano una strada tra commedia e dramma, oltre i generi sopraccitati, per affrontare temi delicati (la morte, l’amicizia, l’amore, il tradimento, l’omosessualità, ecc…) che solitamente sono sinonimi di lacrime, scherno e controversie. Un vero e proprio ottovolante di emozioni che da vita a un ritratto collettivo di una generazione disillusa, divertente e amaro, popolato da trentenni confusi, infelici e insoddisfatti, lontano per fortuna da quelli propinati dal maggiore dei Muccino o dalla recente commedia all’italiana (Immaturi), più vicino al contrario all’indimenticabile capolavoro Il grande freddo di Lawrence Kasdan. Canet ci porta in un microcosmo di falsità, mezze verità e sotterfugi, al seguito di un gruppo di amici che durante la solita vacanza trascorsa insieme finisce come tutti gli anni a ricordare i vecchi tempi, per poi parlare del presente e del futuro. Il gruppo custodisce nel proprio dna il gene ipocrita della società contemporanea, con persone che dicono di conoscersi e amarsi a vicenda, ma che nella realtà lo fanno solo in minima parte.

Lo script mescola sapientemente i registri a disposizione, alternando la leggerezza all’ironia graffiante fino a sfociare in un drammatico epilogo di quelli che fanno davvero male al cuore. Canet, che già si era messo in mostra con il sorprendente e teso thriller psicologico Non dirlo a nessuno, ha il merito di saperli dosare senza che l’uno prenda il sopravvento sull’altro. Ne viene fuori una scrittura narrativa e visiva scorrevole, con la seconda che si mette al servizio della prima attraverso una regia asciutta e funzionale, mai fine a se stessa. La perfetta direzione degli attori fa il resto, perché costruita e condotta attraverso i binari della naturalezza. La messa in scena e la messa in quadro a loro volta riflettono tale impostazione, consegnando alle platee di turno una storia corale ad alto tasso di comicità intrinseca, ovvero quella che nasce dalla realtà stessa opportunamente osservata, ma anche spunti di riflessione decisamente più seri che il regista affronta con rispetto e in punta di piedi.

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