I Più Grandi di Tutti, di Carlo Virzì

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I Più Grandi di Tutti, di Carlo Virzì

Carlo Virzì: la Mia Band Suona il Rock

Di pellicole su e con scalcinate rock band ne abbiamo viste per tutti i gusti, catalogabili per genere, riuscita e provenienza. Se il tema e i protagonisti sono abbastanza ricorrenti soprattutto nella filmografia dell’area nordamericana, al contrario in quella italiana si fa davvero fatica a scovare titoli degni di nota nei quali sia possibile rintracciarne la presenza. Uno di questi nella moria complessiva della produzione tricolore dedicata all’argomento, per assonanze e vicinanza ai suddetti caratteri, ce lo siamo dimenticati da un bel pezzo, facendolo scivolare nel dimenticatoio, ossia I ragazzi di Torino sognano Tokyo e vanno a Berlino di Renzo Badolisani: sgangherata foto di gruppo a ritmo di rock’n’roll datata 1985, sociologicamente velleitaria, psicologicamente macchiettistica e narrativamente approssimativa. Insomma, un film difficile da ricordare e davvero facile da scacciare subito dalla mente una volta visto, quello che per fortuna non si verifica con I più grandi di tutti. E qui sta proprio il grande merito dell’opera seconda di Carlo Virzì che porta nelle sale nostrane (in 120 copie con Eagle Pictures a partire dal 4 aprile), a distanza di pochi mesi dalla presentazione nel concorso della ventinovesima edizione del Torino Film Festival, un rock movie dai dialoghi spiritosi, animato dall’interno da personaggi disegnati con estro e messo in quadro da una regia che veicola bene il registro ironico e a tratti scorretto.

Da parte sua Virzì junior, per il ritorno dietro la macchina da presa dopo il poco convincente L’estate del mio primo bacio (2006), sceglie ancora una volta la commedia e da essa riparte traendo le basi sulle quali stendere le linee narrative della trama e costruire le one line degli svalvolati protagonisti. Quindici anni fa, i Pluto erano una rock band; energici, sboccati e provinciali come da tradizione rock. Da una piccola cittadina industriale sul litorale toscano, avevano girato in lungo e in largo il circuito alternativo nazionale, inciso un paio di album, e piazzato anche un brano in un noto spot televisivo. Maurilio detto Mao era il cantante, Sabrina la bassista, Loris il batterista e Rino il portentoso chitarrista. Poi, sempre secondo tradizione, i quattro litigarono e si persero di vista; ognuno in fondo perso dietro ai fatti suoi, come direbbe Vasco. La memoria di quell’esperienza avventurosa e sfrenata sembra essersi perduta per sempre, nessuno ha più idea di chi fossero “I Pluto”. Finché un giorno, Loris il batterista, non si vede recapitare una sorprendente e-mail… L’occasione che si prospetta è una reunion in grande stile.

Sinossi alla mano non può che tornare alla mente il britannico Still Crazy (1998) di Brian Gibson, ma i risultati sono senza alcun dubbio migliori. Abbandonato il populismo di costa e la nostalgia svenevole che tanto male aveva fatto alla sua opera prima tratta dal romanzo Adelmo torna da me di Teresa Ciabatti, il regista si affida alla semplicità e alla piacevolezza di un racconto che strizza l’occhio – per stessa ammissione dell’autore – al The Commitments di Alan Parker. Citazioni e riferimenti, dichiarati e no (da The Blues Brothers a Quasi famosi, passando per School of Rock), con le giuste distanze ovviamente, Carlo Virzì disegna una pellicola dal ritmo musicale che si lascia vedere e ascoltare. Parte da uno spunto autobiografico (lui suonava in una band simile a quella che descrive, gli Snaporaz) e costruisce con un’ironia intelligente e mai sgradevole (nonostante i personaggi in alcuni atteggiamenti lo siano) una commedia corale che diverte e si diverte a inventare un passato e delle persone che non sono mai esistite, quasi ci trovassimo di fronte a una sorta di mockumentary. Un passato però capace di rievocare sapori, colori, atteggiamenti, sonorità e atmosfere reali, sottratte e fatte proprie dallo script.

Ne viene fuori una storia di riscatto personale che senza strafare sa come far sorridere lo spettatore, incastonata in una cornice generazionale di un periodo di disillusione. La fabbrica fa da sfondo (e come non poteva mancare in un film di un regista cresciuto di pari passo con quelli realizzati dal fratello maggiore) a un plot ambientato in una Toscana non turistica, dove a malapena si può e si deve sognare. Qui Virzì è bravo a disseminare topos rockettari scolpiti nell’immaginario comune, adattandoli al destino drammaturgico di una piccola band di provincia composta da personaggi inadeguati, bellissimi perdenti abituati da tempo a galleggiare a fatica tra la scelta di una vita “normale” e la fuga da essa. Tra spunti interessanti, qualche flashback ben costruito all’interno della scena chiave della registrazione dell’intervista fatta ai quattro per il documentario, una recitazione credibile (bravissimo un Roja nei panni di Loris), titoli di coda da non perdere e una regia efficace, I più grandi di tutti si porta a casa un bel voto in pagella.

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