17 RAGAZZE

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Ispirato a una Storia Vera, 17 Ragazze è un Racconto di Formazione Collettiva per un Gruppo di Adolescenti Madri per Scelta.

La giovanissima Camille scopre di essere incinta e nel confidarsi con le sue amiche comincia a fantasticare sul suo futuro da mamma: quando scopre che anche un’altra compagna di scuola aspetta un bambino immagina di dare vita a una comunità di madri adolescenti capaci di crescere i propri figli all’insegna della reciproca solidarietà e del rispetto, in contrapposizione ai modelli educativi ricevuti dai propri genitori. Suggestionate dalla carica carismatica della ragazza le sue amiche decidono di rendere concreto questo progetto di “maternità collettiva”, scegliendo volontariamente di intraprendere una gravidanza: ben presto le emule inizieranno a moltiplicarsi e quest’improvvisa impennata di concepimenti ovviamente non passerà inosservata fra gli adulti.

17 ragazze arriva nelle sale italiane dopo una serie di passaggi festivalieri – tra i quali il Festival di Cannes nell’ambito della Semaine de la Critique e il concorso del Torino Film Festival – e racconta con sguardo delicato e mai del tutto disincantato una vicenda ispirata a fatti realmente accaduti a Gloucester, una cittadina del Massachussets: Delphine e Muriel Coulin trasferiscono l’azione in Francia a Lorient – piccolo centro affacciato sull’Atlantico dal quale provengono – e si dimostrano abili nel declinare con dolcezza i molti volti dell’adolescenza, sottolineandone le contraddizioni e le incertezze, alternando spensieratezza a malinconia, rigetti familiari e bisogno di protezione. Con uno stile registico essenziale che si sposa con una pregevolissima fotografia, 17 ragazze affronta la crescita e l’irrazionalità delle scelte che caratterizzano quella fase di transizione fra l’infanzia e l’età adulta, in quella parentesi complicata che affianca valutazioni nette e irrazionali a una profonda quanto comprensibile incapacità di gestione nei cambiamenti nella propria vita. La necessità di affermare se stesse come individui autonomi e indipendenti rappresenta senz’altro un elemento cruciale nella definizione delle protagoniste che contemporaneamente cercano di dimostrare la propria emancipazione rendendosi soggetti e oggetti di un sentimento che si sottragga ai pressoché inevitabili contraccolpi e mutamenti dell’adolescenza: il diventare madri quindi diventa non solo una dichiarazione di indipendenza ma anche l’opportunità di confrontarsi con un amore naturale e incondizionato.

La linea narrativa e poetica del film smussa gli spigoli più evidenti dello sviluppo della storia, tanto da eludere talvolta alcuni tratti più spinosi e concentrandosi invece sull’avventura emotiva delle protagoniste, impegnate e assorbite dalla propria battaglia para-hippie e femminista ma in realtà profondamente coinvolte in primis nelle tante difficoltà e fragilità dell’adolescenza. Delphine e Muriel Coulin scelgono di non esacerbare i toni dello scontro fra giovani e adulti e del rifiuto generazionale, privilegiando il punto di vista delle future mamme ma lasciando spazio anche alla spaurita inadeguatezza di genitori e insegnanti (basti pensare alla sequenza del consiglio d’istituto o della riunione organizzata dal preside). Rifuggendo ogni connotazione “politica” – nel senso etimologico del termine – ed esimendosi dal cercare risposte sociopedagogiche o “di denuncia” rispetto a modelli e comportamenti educativi, il film è un affresco umano totalmente svincolato rispetto alla retorica, che fa leva sull’asciuttezza della narrazione, sulla semplicità dei contenuti e sulla freschezza della resa finale. Sono moltissimi i temi che le sorelle Coulin scelgono di far confluire nel racconto, a partire dal contesto socio-geografico nel quale la storia si dipana (una città operaia e portuale dapprima distrutta dalla guerra, ricostruita e ripensata come modello urbano del futuro e poi nuovamente affossata da una crisi che le ha strappato via ogni stimolo), dove i giovani sono privati di prospettive e il desiderio di cambiamento – prima ancora che di fuga – serpeggia silenzioso nei pomeriggi di noia.

Accompagnato da una ricca (e un po’ furbetta) colonna sonora che spazia da Devendra Banhar ai Blood Red Shoes a Tricky, 17 ragazze occhieggia a Sofia Coppola (esemplificative le brevissime sequenze che mostrano le adolescenti immerse nei loro pensieri, protette dall’ovattata atmosfera delle loro camere) e a un certo gusto estetico-formale che si rifà alla tradizione neo-neorealista francese: il ritmo placido e riflessivo con cui incede la pellicola rende più efficace la prima parte del film, mentre nel secondo segmento si riscontra talvolta un vago appesantimento e ripetitività nelle soluzioni proposte. A sostenere la struttura del progetto – che non vanta una sceneggiatura solidissima – c’è un cast di giovanissime attrici di talento, alcune delle quali alla loro prima esperienza sul set, che con la loro spontaneità e brio sanno conferire il giusto colore ai vari caratteri che animano la storia: leggerezza e intensità si intrecciano in una accorata ricerca di veridicità, in una corsa al “reale” che probabilmente trova le proprie radici anche nel passato di Muriel – che oltre ad aver lavorato come assistente operatore per Kieslowski e Kaurismäki ha collaborato come direttrice della fotografia per numerosi documentari.

Desiderio di accettazione, emulazione ma anche speranza, innocenza e incauto coraggio: 17 ragazze racconta la sfrontatezza della gioventù e il potere dell’amicizia con uno sguardo incredibilmente femminile (i ruoli maschili sono solo fugaci fantasmi da sfondo), dando vita a un esordio interessante anche nelle sue numerose imperfezioni e ingenuità.

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