KASABIAN ALL’HOUSE OF BLUES DI BOSTON
Quando il bis non è solo “l’ultima parte del concerto”

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KASABIAN ALL’HOUSE OF BLUES DI BOSTON
Quando il bis non è solo “l’ultima parte del concerto”

Quando ascoltai per la prima volta una canzone dei Kasabian, L.F.S. nel 2004, subito rimasi sorpresa di poter ascoltare qualcosa di “differente” dal brit-pop che dagli inizi anni 2000 impervia per le chart europee.
Voci fresche, un genere da studiare che conteneva rock con delle venature pop e, in sottofondo quasi indeciso, un debole impulso techno.
Con gli anni, ascoltandoli e seguendoli negli altri loro lavori, sono nati, si sono evoluti fino a dar luce a “Velociraptor”, il loro ultimo lavoro.
Nel giro di meno di un decennio, sono diventati uno dei gruppi più in vista della nuova generazione musicale dell’ Inghilterra.
Il loro concerto a Boston si è svolto il 27 Marzo all’House of Blues, proprio vicino allo storico Fanway Park, casa degli altrettanto storici Red Sox. Una struttura con una capacità di 2425 posti e luogo di molti grandi concerti, inserita perfettamente nell’agglomerato cittadino bostoniano come fosse un semplice pub.
A dare inizio alla serata sono quattro ragazzi texani conosciuti con il nome di Hacienda, un indie rock band che prende caratteristiche da molti gruppi storici: possiamo ascoltare sonorità “alla Rolling Stones”, influenze beatlesiane fino ai più recenti Franz Ferdinand.
Il problema, che credo affligga molti gruppi spalla, è una specie di “ansia da prestazione” che porta a peccare di originalità, a non rischiare: divertono, certo, ma alla fine escono dal palco non lasciando un ricordo indelebile, bensì uno spettacolo piacevole, ma “sanza infamia e sanza lode”. Passano i minuti e finalmente si spengono le luci quando appaiono sul palco i Kasabian accompagnati da “Days are forgotten”,  canzone contenuta nel nuovo album che, oltre a mostrare la perfetta acustica dell’House of Blues, dà la giusta carica iniziale grazie alla potenza efficace dei bassi e alla piacevole “citazione” tra le righe di Ennio Morricone. Tralasciando per un momento la componente musicale, che è la più sostanziale e ovviamente la parte fondamentale dell’evento, vorrei soffermarmi per alcune righe sul look adottato da questo gruppo di Leicester: capelloni, con jeans stretti anni ’70, occhiali da sole e movenze da ragazzetti sì talentuosi, ma che ancora hanno da dimostrare di che stoffa sono fatti. Si percepisce la loro voglia di divertirsi, la complicità e la partecipazione unanime di tutti i membri che porta a renderli lontani dagli sfarzi della fama e dall’appagamento che molti musicisti presentano dopo aver avuto in mano il successo, anche se con un solo brano. Saltellano sul palco, suonano al massimo e ci fanno piombare nel pieno dell’energia con “Shoot the runner”, brano rock dalla risonanza old style, seguita dal pezzo che attribuisce il nome al nuovo lavoro “Velociraptor” che mette sul piatto i nuovi elementi elettronici dissipati in modo intelligente e proficuo in tutto l’album e dove vengono a galla le loro influenze punk.“Under dog” ,uno dei loro brani di maggiore successo, è una di quelle canzoni che ci si aspetta nella set list, ma appena iniziano a suonare  le prime note ci si ritrova a fare la faccia da ebete, sorpresa. Con “Where Did All The Love Go?” ci spostiamo verso orizzonti  più “organici” che ci conducono in un’atmosfera primordiale, vale a dire al cd d’esordio “Kasabian” del 2004 che, forse non è il loro capolavoro, ma rimane per me una pietra miliare della mia formazione musicale contemporanea e “I.D.” fa rimbombare per tutta la “sala” queste mie emozioni adolescenziali che prendono come un inno le parole “music is my whore”. Cambio di chitarre per Pizzorno e, vedendolo imbracciare una chitarra acustica, si prende subito atto che è in arrivo una delle loro ballad (“l’immancabile ballad piazzata al 6°, 7° posto della tracklist del cd” come mi suggeriscono dalla sinistra durante l’esecuzione). È questo forse il segreto del loro successo e dell’alta qualità dei loro lavori: loro citano, cercano di riprodurre le vecchie sonorità che a noi novelli giovani, nati decenni dopo il periodo che viene considerato il paradiso della musica, ci dona l’ebrezza di poterle ascoltare di nuovo senza farle risultare parodie o serigrafie artistiche, azzardano oltretutto una fusione tra vecchio rock con sonorità più contemporanee come l’elettronica; ed esemplare è “Take Aim”, brano in cui viene sottolineata la potenza tecnica e musicale dei Kasabian: sonorità orientaleggianti con un inizio orchestrale-acustico che si fonde pian piano con componenti elettroniche che vanno a evidenziare la validità del binomio basso continuo- voci fulgide, tra cui spiccano i particolarissimi controcanti di Pizzorno, che sono il fiore dell’occhiello del gruppo, quasi un marchio di riconoscimento. Una set list funzionale quasi perfetta, che ripercorre tutta la loro carriera e che dà una completa idea del loro percorso musicale compiuto negli ultimi dieci anni. Le canzoni procedono come dardi: “Club Foot”, “Re-wired”, “Empire”, “Man of Simple Pleasures”, “Stuntman” fino ad arrivare alla rappresentativa “L.F.S.” canzone che li ha portati ad avere un posto rilevante tra il nuovo rock inglese. Dopo 14 canzoni e più di un’ora saltellanti sul palco, ritornano in pista supportati da urla di gradimento del pubblico che aspetta un bis dal sapore “hot”! Dopo qualche minuto di riposo nel backstage, ecco che le luci si spengono di nuovo e le urla riempono il locale.Il boato del pubblico viene interamente sovrastato dall’ipnotico inizio elettronico di “Switchblade smile”.Forse è stato il momento migliore del concerto: questa potente anima big beat che viene fuori in un unico brano, rivisitato durante il live, dove l’area voce di Pizzorno ci inoltra in un riff elettronico che martella la cassa toracica e dove basso e keyboard si amalgamano gettandoti nella più totale estasi mentale. Questa cassa martellante e i riff ipnotici proseguono naturalmente con “Vlad the Impaler” fino a attribuirci il colpo di grazia con “Fire” brano lontano dalla tendenza dance punk presa durante il bis, ma che con i carichi colpi di cassa riesce a non spegnere l’euforia, ma la porta verso una fine naturale, facendola scemare, lasciando però la felicità e la carica. Uno dei concerti più coinvolgenti e “pieni” di musica che io abbia mai visto: contiene tutti gli elementi necessari per sentire un giorno lontano parlare ancora dei Kasabian e delle loro gesta musicali.

ELEONORA D’ANDREA

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