IL MIO MIGLIOR INCUBO, DI ANNE FONTAINE

17 RAGAZZE IN SALA SENZA DIVIETI
29 Marzo 2012
La prima mostra monografica di Marco Tirelli
Al Macro Testaccio fino al 13 Maggio
29 Marzo 2012

Gli Opposti si Attraggono e ce lo Ribadisce Anne Fontaine

È proprio vero che gli opposti si attraggono. In amore questa strana alchimia che invece di respingere avvicina, dà origine a combinazioni davvero insolite e improbabili come quella tra i due protagonisti della nuova pellicola diretta da Anne Fontaine che risponde al titolo di Mon pire cauchemar (traduzione letterale Il mio peggior incubo, che nella versione italiana si trasforma per ossimoro in Il mio miglior incubo!). Lei Agathe vive con figlio e marito in un ricco appartamento di fronte all’elegante parco del Lussemburgo. Lui Patrick, invece, vive con suo figlio nel retro di un furgone. Lei è la direttrice di una prestigiosa fondazione di arte contemporanea. Lui vive di lavori occasionali e grazie ai sussidi della previdenza sociale. Lei ha conseguito la laurea universitaria dopo sette anni. Lui ha trascorso quasi sette anni dietro le sbarre. Lei ha buoni rapporti con il Ministero della Cultura e delle Arti. Lui ha buoni rapporti con tutte le bevande alcoliche che incrociano il suo cammino. Lei ama le discussioni intellettuali. Lui apprezza il sesso occasionale con compagne di letto dal seno grosso. Sono due persone diametralmente opposte e non tollerano l’uno la vista dell’altro. Non avrebbero mai voluto incontrarsi, ma i loro figli sono inseparabili. Alla fine capiranno il perché.

Sinossi alla mano, i pregi dell’ultima fatica dietro la macchina da presa della regista di Coco Avant Chanel non risiedono certo nell’originalità del soggetto, troppo legato a una tipologia di storia e di personaggi che assemblati hanno portato e continuano a portare sul grande schermo, oggi come ieri, plot che si avvalgono della medesima e ripetitiva struttura narrativa, con situazioni e sviluppi drammaturgici praticamente identici, capace a sua volte di produrre veri e propri estremi: da una parte l’intramontabile Paper Moon di Peter Bogdanovich e dall’altra il trascurabile La tenera canaglia di John Hughes. Dal canto suo, il film della cineasta francese, presentato nel fuori concorso dell’ultima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, prende qua e là dai suddetti estremi per generare una commedia degli equivoci che strizza l’occhio a quella sentimentale classica di hawksiana memoria (Susanna!), ma dall’inconfondibile retrogusto transalpino, che riesce nonostante la prevedibilità degli eventi narrati e del suo epilogo telefonato a divertire senza pretese autoriali, quelle che hanno rappresentato in passato le gioie e i dolori del suo cinema. Fontaine sceglie la via della comicità politicamente scorretta e molesta, figlia di situazioni e dialoghi sboccati e senza peli sulla lingua. Non si tratta però di volgarità gratuita, piuttosto di goliardia. Non ha la delicatezza e le intuizioni, la profondità e l’ironia travolgente di un Quasi amici, ma pesca dal cilindro in più di un passaggio lo spunto e la battuta che risolleva le sorti del film.

Il mio miglior incubo resta comunque a galla sulla soglia della sufficienza, grazie a un buon ritmo che non lascia spazio ai tempi morti per via di una buona concatenazione di cause-effetti comici, tecnica della caricatura che non esclude l’affetto per i caricaturali; quest’ultimi veri punti di forza dell’intera operazione (un’inedita Isabelle Huppert e un simpaticissimo Benoît Poelvoorde). Del resto, non c’è da sorprendersi più di tanto visto che le pregevoli performance degli interpreti hanno in più di un’occasione tolto le castagne dal fuoco per conto della Fontaine (come ad esempio nel dramma dalle tinte erotiche Nathalie).

Comments on Facebook

Comments are closed.