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Questione di…C.A.R.M.A. Intervista a Lino Strangis

Lino Strangis, generazione ’81,  artista multimediale, ma anche autore di numerosi saggi e ideatore di molte mostre, è  il fondatore del gruppo curatoriale Le Momo Electronique oltre che uno dei principali fondatori e attivisti del C.A.R.M.A. (Centro d’Arti e Ricerche Multimediali Applicate), quest’ultimo fautore della mostra “Giovane Videoarte italiana oggi” presente dal prossimo 21 Marzo al MuBa – Museu Belas Artes de São Paulo, Brasile.

L’abbiamo raggiunto per voi…

Da anni come Direttore di CARMA (Centro d’Arti e Richerche Multimediali Applicate), ti occupi di far emergere i giovani videoartisti italiani in un panorama internazionale. Raccontaci qualcosa del tuo lavoro…

Tutto è iniziato ormai 10 anni fa, ben prima che nascesse il C.A.R.M.A. e quando ancora io stesso non avevo scelto la videoarte come linguaggio in cui specializzarmi. Ero uno studente di filosofia estetica anomalo perché avevo scelto quella facoltà pur sapendo che avrei voluto essere un artista, infatti frequentavo allo stesso tempo l’Accademia di Belle Arti, il Dams di Roma 3 e il Dipartimento di Storia dell’Arte de La Sapienza, verso il quale poi ho dirottato l’orientamento dei miei studi fino alla tesi (fenomenologica sulla Videoarte). Presto entrai in contatto con un certo numero di giovani aspiranti artisti provenienti da varie zone dello stivale e senza alcun curriculum ufficiale; nessuno di loro veniva preso in considerazione dai critici affermati perché il loro percorso era tutto da fare, inventare e mi sento di dire anche perché questi giovani (come me) non avevano amicizie o parentele all’interno del circuito. Pensai che bisognasse trovare un modo di dare a questi ragazzi (della mia stessa età) un’opportunità per mostrare il loro lavoro dandoli visibilità. Una sorta di riadattamento per la situazione italiana e romana dei primi anni del nuovo millennio in particolare, un modello che era stato delle avanguardie storiche come di vari giovani artisti divenuti molto noti alla fine degli anni novanta, tra i più famosi quelli inglesi. Le parole d’ordine erano auto-produzione e auto-promozione, ma quasi nessuno di questi giovani artisti disponeva degli strumenti critici per presentare nel modo migliore le loro “poetiche all’alba” e capitò quasi fisiologicamente che io iniziassi a scrivere e inventare mostre ed eventi per loro o, meglio, per tutti noi. Non avevo mai pensato a me stesso solo come artista, ero anche  un pensatore ed interprete del lavoro di altri; fin da subito ho intuito quanto, diversamente da quello che pensano ancora alcuni (a dispetto di ciò che accade da anni all’estero), la figura di un artista che disponga anche degli strumenti e dei linguaggi della critica, sia molto utile specie per favorire la nascita di nuove “tendenze”. Di lì a poco, a questo gruppo di artist,i se ne aggiunse uno di giovanissimi curatori (tra cui Veronica D’Auria) e così nacque il gruppo curatoriale Le Momo Electronique (attualmente coordinato da Veronica con la mia supervisione critica) il quale andò a focalizzare il suo interesse verso le arti multimediali o meglio Intermediali, definitivamente individuate come le più interessanti, dal nostro punto di vista, tra quelle attualmente esistenti. Senza che ci fossero state particolari nomine mi ritrovai a guidare questo manipolo di giovani e nel frattempo, sviluppando il mio personale percorso artistico e addentrandomi quindi sempre più nell’ambiente dell’arte contemporanea, le possibilità di essere utile alla causa hanno iniziato a moltiplicarsi. Quasi immediatamente alcuni tra i maggiori nomi nazionali ed internazionali (da Robert Cahen a Studio Azzurro) hanno iniziato ad accettare di partecipare alle nostre mostre al fianco di giovanissimi autori allora praticamente sconosciuti o quasi (tra questi io stesso). Da allora l’accostamente di tanti nomi noti insieme a proposte nuove o nuovissime è diventato una sorta di nostro marchio di fabbrica, come il monitoraggio continuo sualla produzione degli under 40. Ovviamente, come accade quando si scommette su promesse ancora tutte da confermare, non tutti i giovani a cui abbiamo dato visibilità,  sono poi effettivamente emersi, però vari artisti che abbiamo incontrato ad inizio carriera (più o meno già avviata) oggi figurano tra i nomi più interessanti sulla scena italiana ed europea.

Ideato e fondato il C.A.R.M.A. per un primo periodo ho collaborato con questo in primo luogo come artista (allontanandomi momentaneamente anche dal gruppo le Momo Electronique) ma due anni fa sono stato “precettato” per dirigerlo e, ci tengo a dire, che per me questo ha avuto un’enorme importanza… molti non capivano come avessi potuto/voluto fondare il centro e non rivendicarne “il diritto di direzione”: così è stato il centro stesso e le persone che lo animano a “riconoscere il padre” e reclamarlo e questo per me è molto più “bello” che essere “padre/padrone” imposto alla direzione in quanto “concepitore”.

Ora il Museu Belas Artes de São Paulo ospiterà a partire dal 21 Marzo la rassegna “Giovane Videoarte italiana d’oggi”. Come pensi che si stia evolvendo questo specifico campo artistico in Italia rispetto al trend internazionale?

Come in molte altre nazioni, dalle più potenti a quelle più in difficoltà (come ad esempio la Palestina che ormai da 5 anni ha il suo festival a Gaza) anche in Italia la cosiddetta Videoarte vive un momento di particolare fermento legato alla grande diffusione delle tecnologie digitali che hanno permesso a molti giovani d’intraprendere percorsi di ricerca indipendente. La situazione italiana si caratterizza e si distingue da quella delle altre grandi nazioni europee in particolar modo per quella che è la situazione sociale e politica del mondo dell’arte in generale: mentre, ad esempio, nella vicina Francia i governi non hanno mai fatto mancare il loro sostegno alla cultura, la situazione italiana – già non rosea – in questo senso va precipitosamente peggiorando, generando così alcune condizioni particolari: un genere come la videoarte, che ha ancora (se non per alcuni grandi nomi) grosse difficoltà a trovare una sua collocazione nel mercato, ha bisogno di un grosso sotegno da parte delle istituzioni, poiché richiede mediamente uno sforzo produttivo non indifferente. Se per un giovane autore francese è relativamente facile trovare i soldi per realizzare le proprie idee, gli italiani sono spesso costretti a produrre a spese proprie e quindi far di necessità virtù e questo, come sempre, se com’è ovvio genera grosse difficoltà (molti non resistono e si ritrovano costretti a sviluppare la loro ricerca artistica come secondo lavoro o ad abbandonarla) a mio avviso spinge allo stesso tempo, chi tiene duro, a sviluppare un’inventiva rara, a trovare soluzioni diverse e non consone, quindi capacità di linguaggio assolutamente peculiari. Per lo più il giovane videoartista italiano lavora da solo o coadiuvato da pochi e poco attrezzati collaboratori, con possibilità di produzione sempre limitate. Egli sa di essere abbandonato dalle istituzioni che dovrebbero valorizzare i suoi sforzi e, quando decide di continuare, la ragione principale è una passione enorme, la necessità vitale di insistere nel produrre, a dispetto di ciò che vorrebbero certi governi. Una tale determinazione non può che generare prodotti interessanti e “originali”. Certo non voglio sostenere che la nostra situazione disperata sia un fattore positivo (sarebbe asurdo) ma non si può far a meno di considerare quest’aspetto. A mio avviso se non fosse per questi che non ho timore a definire “eroi” del nostro oggi, non ci sarebbe più una vera e propria giovane arte italiana ma solo le esperienze di singoli “rifugiati” all’estero.

Cosa ci puoi dire invece rispetto al tuo personale percorso artistico?

Ho iniziato giovanissimo con la musica, classica da bambino e rock da adolescente, poi ho conosciuto la pittura, la scultura, l’installazione e durante gli studi universitari mi sono definitivamente concentrato sulle arti audiovisive. Ero alla ricerca dell’opera totale odierna, a mio avviso caratterizzata oltre che dall’intermedialità, anche dalla velocità, la mobilità, la leggerezza del supporto fisico, la riproducibilità e quindi la possibilità di essere molto più fluidamente e capillarmente diffusa. Quella che si tende a denominare Videoarte mi è sembrata fin da subito la disciplina ideale.

Dopo vari anni che come curatore, sono stato al servizio del lavoro altrui,  ho ancora qualche difficoltà a trattare il mio in modo per me soddisfacente, questo perchè trovo che sia uno di quei generi di ricerca che per essere compresi in profondità richiede molta attenzione a “dettagli” non immediatamente leggibili. Ho sempre interpretato il mio lavoro come una naturale prosecuzione di quello dei pionieri della Videoarte: da anni sostengo che se questi primi grandi autori hanno creato la grammatica di tali nuovi linguaggi, oggi si tratta di sviluppare una sintassi sempre più capace di enunciare concetti più o meno complessi. Nonostante l’attenzione che pongo sulle attuali innovazioni tecniche, ho scelto di utilizzare un linguaggio che intendo per lo più come “classico” e di non assegnare troppa importanza alla mera novità tecnologica. Sono fermamente convinto che utilizzare gli strumenti più nuovi non significa affatto dire qualcosa di interessante, come anche che proporre punti di vista altri e attuali riguardo le questioni che interessano da sempre l’uomo e non solo sia di gran lunga più utile per l’evoluzione di una cultura che non cercare la novità (concetto rispetto al quale ho molte perplessità) a tutti i costi. Io cerco di proporre esperienze immersive e, per farlo, certe possibilità di manipolazione sono uno strumento fondamentale. Tuttavia gli effetti nei miei lavori non sono mai un semplice espediente spettacolare, bensì uno dei principali strumenti di senso. Se modifico una ripresa (realizzata da me o trovata) in un determinato modo è perchè intendo generare precisi fenomeni, si tratta quindi di alterazioni significanti, che suggeriscono modi ulteriori di interpretare quella che definiamo “la realtà”, concetto che così viene ad ampliarsi. Ritengo che un preciso “dovere” dell’arte sia quello di allargare continuamente i confini del cosiddetto reale non certo proponendone dei surrogati, bensì scoprendone strati nascosti o suggerendone di altre possibili, costruendo fenomeni che proprio emancipandosi chiaramente dal già noto acquisiscono valore di verità e quindi “aumentano” la realtà. Questa a mio avviso è una forma di “realtà aumentata” molto più interessante e potente di (per esempio) un codice che apre un link sulla rete o simili… (lascio intendere al lettore)

Progetti per il futuro?

Sto lavorando alla concezione di un grande sito internet che vorrei diventasse il luogo fisico del C.A.R.M.A. (Centro d’Arti e Ricerche Multimediali Applicate), che dopo il primo anno di vita ha deciso di essere un centro senza centro, senza spazio fisico, un centro finora fatto di persone (da due anni ormai le nostre iniziative sono ospitate da altri spazi). Sto cercando di far partire al più presto questo sito che sarà costituito da una galleria on line dedicata alla promozione dei “nostri” artisti, ma anche un grande archivio dove andremo a caricare le varie centinaia di video che ci sono giunte in questi anni per permettere a chiunque di conoscere un ottimo campione della produzione contemporanea e farsi la propria idea. Sul sito nascerà una rivista dedicata in particolare alle arti intermediali e ho in mente anche la costituzione di una biblioteca virtuale con testi già editi ma spero anche con testi nuovi in quanto C.A.R.M.A. intende proseguire il lavoro di promozione e incrementare quello di produzione di audiovisivi, ma anche di musica sperimentale (soprattutto elettronica) , Sound Art e di testi critici dedicati a questi temi. Un misto tra una galleria d’arte , un canale televisivo, un’etichetta indipendente e una piccola casa editrice (parliamo ovviamente di e-books) tutto rigorosamente on line. E’ un progetto molto pretenzioso e credo mi prenderà ancora molto tempo, nel frattempo sto preparando una mia nuova personale ma su questo per ora non anticipo nulla.

Grazie!

 

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Alice Ungaro
Alice Ungaro
Gravita nel mondo dello spettacolo e dell’audiovisivo sin da piccola, manifestando capacità organizzative e di leadership che la conducono velocemente dall’altro lato della camera. Fermamente convinta che lavorare con passione sia l’unico modo di lavorare, ha fatto dei suoi interessi il suo “core business” specializzandosi nell’organizzazione eventi e nella comunicazione.

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