MISSION: IMPOSSIBLE PROTOCOLLO FANTASMA
Le spie del 21° secolo
Il cinema di spionaggio, così come la letteratura, va di pari passo con la sua natura tecnologica, con l’evoluzione dell’elettronica: da Le Carré e Ipcress a 007 per giungere a Ethan Hunt e alle sue missioni impossibili. È singolare quindi, e molto interessante, come il quarto capitolo della serie cominciata da Brian De Palma, diretto questa volta dal regista d’animazione Brad Bird sia cinema iper-tecnologico che racconta i limiti della tecnologia.
Stavolta la squadra di Hunt, coinvolta e accusata di aver distrutto il Cremlino, deve lavorare fuori dalla protezione dei servizi segreti, con una squadra di fuggitivi, per sventare un attacco nucleare che minaccia di riportare il mondo ai tempi della guerra fredda. Proseguendo più che mai sulla scia di una rilettura ipertrofica e cibernetica del mondo di James Bond, Josh Applebaum, André Nemec e il creatore della serie tv omonima Bruce Geller scrivono un action-movie al fulmicotone che conta più per i singoli momenti che per l’impianto generale.
Che comunque, rispetto al terzo film della serie o a prodotti analoghi, ha una costruzione più interessante e più elaborata, che si diverte a ironizzare su come l’evoluzione informatica ed elettronica abbia condizionato pesantemente il cinema d’azione e le spy story: in questo Protocollo fantasma, gli aggeggi meccanici e tecnologici che Benji fornisce a Ethan non funzionano praticamente mai, a partire dal messaggio che non si autodistrugge fino alle maschere al laser che tornano del numero 3, danneggiando i nostri eroi più che aiutarli e lasciando la suspense e l’adrenalina tutta nelle mani degli stuntman. Ed è questo un curioso punto di vista umano, in un film che racconta la realtà, le architetture, i luoghi in cui viviamo e lavoriamo come degli enormi hard disk, pronti a surriscaldarsi e friggerci.
Sotto-testi che rappresentano la prova dell’ottimo congegno creato dagli sceneggiatori, capaci di supplire all’assenza di un cattivo forte o di un meccanismo potente con la perfezione dei singoli ingranaggi, a partire da quel film nel film che è la lunghissima scena al Burj Khalifa (il più alto grattacielo del mondo a Dubai), con tre sequenze d’antologia come la scalata a mani nude, il montaggio alternato tra i due piani comunicanti e la tempesta di sabbia. Arrivato a metà film avendo dato già il massimo in fatto di meraviglia e stupore dello spettatore (non si dimentichi che il film è stato in parte girato in Imax), Bird pare rallentare e non dare un finale all’altezza: ma il suo ritmo è sorprendente, la leggerezza e la verve con cui rende travolgente un’azione che può risultare pesante è perfetta (si veda la sequenza al parcheggio), giocando d’ironia per camuffare gli eccessi o le mancanze. Cinema d’intrattenimento di alto profilo, spettacolo per occhi affamati che però riesce a non dimenticare nemmeno le menti più curiose. E se Tom Cruise ormai salta e corre con la sicurezza del veterano, una parola e un cuore spezzato per Lea Seydoux, sexy killer da cui farsi uccidere sarebbe dolce.
EMANUELE RAUCO

