LE RADICI DELLA ‘NDRANGHETA
Per Conoscere, Per Non Dimenticare

Per comprendere la malavita bisogna partire dalla sua terra d’origine. Le radici della mafia calabrese affondano in un territorio complesso dove la Legge e lo Stato sembrano non abbiano molto seguito. MARIO ANDRIGO, sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, e lo scrittore LELE ROZZA, nel testo “Le Radici della ‘Ndrangheta”, edito da Nutrimenti, illustrano  il malcostume, le norme non scritte e i meccanismi che regolano la vita in terra di ‘ndrangheta.

image005 186x300 LE RADICI DELLA NDRANGHETA <br><i>Per Conoscere, Per Non Dimenticare</i></br>A differenza di altri testi sulla mafia calabrese, il saggio di Andrigo e Razza analizza in modo lucido ed efficace la ‘ndrangheta, senza tuttavia sottovalutare il contesto socioculturale in cui essa si trova ad operare. “La mafia, però, affonda al meglio le proprie radici in un terreno fatto di insofferenza e avversione alle regole, e ha buon gioco ad alimentare questo stato di cose”, spiegano gli autori. Attraverso queste pagine si impara a distinguere cosa è ‘ndrangheta e cosa non lo è, quali sono le strategie di comunicazione e il raggio d’azione della mafia calabrese.

Tra analisi sociologiche e storie di ordinaria barbarie, viene fuori un quadro poco piacevole della Calabria. Coerente, tuttavia, col paesaggio che chiunque si addentri nella Locride o nella Piana di Gioia Tauro si trova di fronte. Incuria, abusivismo edilizio, o meglio “edilizia spontanea”,  case incomplete con i mattoni a vista e scheletri di fabbriche fantasma. Una terra bellissima, martoriata e maltrattata dall’indifferenza dei propri abitanti e dallo strapotere della ‘ndrangheta che, tuttavia, in Calabria ha vita facile, sostengono gli autori, in quanto manca l’attitudine a rispettare le regole del vivere civile. E prevalere è la legge del più forte. Il merito, il dovere e il giusto sono stati sostituiti dall’istituto della raccomandazione, la politica del favore e l’abitudine allo scambio di cortesie. Vizi tipicamente meridionali, sui quali la criminalità organizzata di stampo mafioso ingrassa e prolifera. Se poi si aggiunge che alla giustizia si preferisce la vendetta personale, il quadro è completo.

Il magistrato ammette tra le righe che la lotta alla ‘ndrangheta è ostacolata dal complesso ingranaggio della giustizia italiana. Ma non solo. La battaglia nelle aule dei tribunali non basta. Per estirpare la mafia è necessario cambiare le coscienze. Educare alla legalità. Modificare i costumi di un popolo intriso di cultura mafiosa.  La Giustizia riuscirà a vincere davvero la sua guerra contro la ‘ndrangheta, quando l’avrà estirpata dai cuori e dalle menti dei singoli. “Ciascuno deve fare la sua parte: c’è un’antimafia degli eroi (o meglio di quelli che diventano tali spesso loro malgrado), ma c’è- e guai se non ci fosse- un’antimafia quotidiana (…). Questa antimafia è fatta da chi respinge una raccomandazione, da chi parcheggia nelle righe e non sul marciapiede o in mezzo alla strada, da chi prende un brutto voto e si mette a studiare di più, anziché andare a chiedere a qualcuno di bruciare la macchina del professore. Perché anche questo si fa in terra di ‘ndrangheta, dove quasi tutti i figli dei mafiosi sono laureati a pieni voti”.

“Le Radici della ‘ndrangheta” è un testo da quale chiunque voglia comprendere la genesi e lo sviluppo della mafia italiana più potente al mondo non può prescindere.


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